Riconoscersi per ripopolare: costruire comunità nelle aree montane
Foto di Emile Guillemot su Unsplash

Riconoscersi per ripopolare: costruire comunità nelle aree montane

di Liria Veronesi e Valentina Chizzola

 

Quando si parla di spopolamento delle aree montane, l’attenzione si concentra spesso sui numeri: recuperare case vuote, attrarre nuove famiglie, mantenere i servizi essenziali. Sono obiettivi importanti, ma non sufficienti. Un territorio non si rigenera solo perché aumentano i residenti: si rigenera quando riesce a mettere in relazione competenze, esperienze e visioni differenti, trasformandole in una capacità condivisa di affrontare il cambiamento. Da questa prospettiva, i progetti di ripopolamento possono essere letti come laboratori di intelligenza collettiva.
Chi vive da sempre in un luogo possiede conoscenze difficilmente rintracciabili nei documenti: la memoria del territorio, le reti di fiducia, gli equilibri sociali. Chi arriva porta invece competenze professionali, reti esterne, esperienze maturate altrove e uno sguardo capace di cogliere opportunità spesso invisibili a chi abita quotidianamente quel contesto. La sfida è rendere questi patrimoni complementari: il valore del ripopolamento non risiede solo nell’aggiungere nuove presenze, ma nel creare connessioni tra risorse già esistenti e nuove capacità, facendo emergere forme di collaborazione prima invisibili.

Secondo la riflessione proposta in Linee di cresta. Abitare, abitudini, altitudini (Donzelli, 2026), questo incontro non avviene automaticamente: la semplice presenza di persone con esperienze diverse non produce di per sé una comunità, così come la vicinanza fisica non genera coesione e collaborazione. Perché le conoscenze distribuite tra chi arriva e chi resta diventino una risorsa condivisa è necessario un processo di riconoscimento reciproco: non significa semplicemente accogliere l’altro o tollerarne la presenza, ma attribuire valore a ciò che porta con sé e accettare che il futuro del territorio possa essere costruito attraverso un contributo condiviso. È un processo che coinvolge entrambe le parti: i nuovi abitanti sono chiamati a conoscere la storia, le relazioni e le pratiche della comunità che li accoglie; i residenti storici, a loro volta, sono invitati a considerare i nuovi arrivati non come beneficiari di un’opportunità, ma come soggetti capaci di contribuire al bene comune.

Il riconoscimento reciproco rappresenta quindi una vera infrastruttura sociale, necessaria affinché il capitale umano presente in un territorio possa trasformarsi in risorsa collettiva. Le esperienze di ripopolamento mostrano che competenze e disponibilità non bastano se non accompagnate dalla costruzione di fiducia: un nuovo abitante può contribuire alla vita di una comunità solo quando trova spazi in cui il proprio contributo viene ascoltato e valorizzato; allo stesso modo, una comunità locale può accogliere il cambiamento quando percepisce che le nuove presenze non sostituiscono la propria identità, ma la rafforzano.

Un esempio concreto del valore della creazione di fiducia è certamente il progetto Coliving: collaborare, condividere, abitare, avviato nel 2021 a Canal San Bovo, piccolo comune trentino segnato da un lungo declino demografico. Cinque appartamenti pubblici inutilizzati sono stati concessi in comodato gratuito per quattro anni ad altrettante famiglie disponibili a trasferirsi in cambio di una partecipazione attiva alla vita della comunità.
I risultati non riguardano soltanto l’aumento dei residenti o il recupero degli alloggi. Alcuni nuovi abitanti hanno avviato attività come l’apicoltura, hanno recuperato orti abbandonati, altri hanno promosso iniziative sociali e culturali (arteterapia nella casa di riposo locale, una cooperativa di comunità, il grest estivo); la presenza di nuovi bambini ha contribuito al mantenimento di due sezioni della scuola dell’infanzia, con conseguente conferma di posti di lavoro. L’aspetto più interessante, tuttavia, è il cambiamento nelle relazioni: le interviste raccolte nel volume mostrano come il riconoscimento reciproco si costruisca attraverso piccoli gesti quotidiani e occasioni di incontro, con residenti storici che iniziano a vedere nei nuovi arrivati non degli "ospiti", ma persone che scelgono di investire nel territorio.

Allo stesso tempo emergono anche resistenze e ambivalenze: alcuni hanno percepito il progetto come un privilegio concesso a chi veniva da fuori, altri hanno continuato a sentirsi “osservati” o non pienamente legittimati a far parte del paese. Il riconoscimento, dunque, non è una condizione data in partenza, ma un processo che si costruisce nel tempo, attraverso il confronto e un’apertura che deve essere condivisa da entrambe le parti. Proprio per questo i conflitti non rappresentano necessariamente un fallimento: rendono visibili aspettative implicite, differenti idee di appartenenza e modi diversi di immaginare il futuro del territorio. Se affrontati attraverso il dialogo e la partecipazione, possono diventare occasioni di apprendimento collettivo.

Questa è una delle principali lezioni che emergono dai percorsi di ripopolamento: la comunità non è un dato acquisito, ma un processo che deve essere continuamente costruito e alimentato. Le politiche territoriali più efficaci riconoscono il valore delle relazioni tanto quanto quello delle infrastrutture materiali, perché la permanenza delle persone dipende anche dalla possibilità di sentirsi parte di una rete sociale significativa.
Questa prospettiva modifica anche il ruolo delle istituzioni locali: non basta mettere a disposizione alloggi o incentivi economici, occorre creare le condizioni perché il riconoscimento reciproco possa svilupparsi. Significa progettare occasioni continuative di incontro, rendere visibile il contributo che ciascuno offre alla comunità, sostenere associazioni e pratiche collaborative, costruire spazi nei quali abitanti storici e nuovi residenti possano conoscersi, confrontarsi e assumere responsabilità condivise.
In quest’ottica, alle istituzioni locali spetta un ruolo che va oltre la “semplice” amministrazione: esse diventano soggetti attivi nell’accompagnare il cambiamento sociale e nel mediare tra visioni differenti all'interno della comunità. Amministrazioni, associazioni e soggetti territoriali diventano quindi attori fondamentali nel favorire quelle infrastrutture relazionali che permettono alla reciproca conoscenza di emergere.
L’esperienza di Canal San Bovo mette in evidenza che il ripopolamento di un territorio montano è una questione di design relazionale ed indica un principio utile per molti territori: la rigenerazione non dipende soltanto dalla capacità di attrarre nuovi abitanti, ma dalla possibilità di favorire quelle condizioni che permettono, attraverso un processo di riconoscimento, di costruire comunità coese.

 

 

Liria Veronesi. PhD in Sociologia e Ricerca sociale, è ricercatrice senior presso la Fondazione Franco Demarchi  dove si occupa di studi di comunità e capitale sociale. È co-autrice di “Linee di cresta. Abitare, abitudini, altitudini” , pubblicato nel 2026 da Donzelli Editore.

Valentina Chizzola. PhD in Filosofia teoretica, è ricercatrice senior presso la Fondazione Franco Demarchi dove si occupa di progetti legati all’innovazione sociale, al welfare di comunità e di montagna. È co-autrice di “Linee di cresta. Abitare, abitudini, altitudini” , pubblicato nel 2026 da Donzelli Editore.

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