I rifugi climatici sono la medicina d’urgenza. Alle città serve una cura più incisiva
Foto di Juan Ordonez su Unsplash

I rifugi climatici sono la medicina d’urgenza. Alle città serve una cura più incisiva

 di Elena Granata

 

Che siamo arrivati impreparati al caldo di queste settimane lo dimostrano le mappe dei rifugi climatici che molte città italiane si sono affrettate a predisporre per offrire un sollievo ai cittadini stremati dalle temperature estreme.
In molti casi si è trattato di una ricognizione di tutto ciò che era già disponibile: piccoli giardini di quartiere, parchi storici, biblioteche climatizzate, edifici pubblici aperti nelle ore più calde. Luoghi preziosi, certo, ma che fino a ieri occupavano un posto marginale nelle politiche urbane e nel racconto delle amministrazioni. All'improvviso sono diventati infrastrutture essenziali per la sopravvivenza quotidiana.
Supermercati con l'aria condizionata, biblioteche e parchi sono una medicina d'urgenza. Guai a farne a meno. Ma non possono essere scambiati per una strategia di adattamento climatico. Se, di fronte a un fenomeno destinato a trasformare profondamente il nostro modo di abitare le città, ci limitiamo a censire ciò che già esiste, significa che stiamo ancora affrontando un cambiamento strutturale con gli strumenti dell'emergenza. O con qualche furbizia comunicativa!
La vera domanda non è quanti rifugi climatici abbiamo, ma come stiamo trasformando le città stiamo perché un giorno non ce ne sia più bisogno. La cura richiede molto di più: nuovi alberi, spazi ombreggiati, suoli permeabili, edifici capaci di raffrescarsi naturalmente, piazze e strade ripensate per il clima che verrà. Richiede soprattutto un impegno costante delle amministrazioni durante tutto il resto dell'anno, quando il caldo sembra lontano e la politica torna a occuparsi d'altro.
Vedo ancora troppi progetti monumentali di piazze senza alberi, lastricate o di pietra, a Napoli, come a Milano o a Roma. Si progetta ancora come se le isole di calore non fossero un dato di realtà ormai evidente a tutti.

Con il caldo non si può scherzare più. Le ondate di calore non sono un disagio estivo: sono ormai uno dei principali rischi sanitari nelle città, soprattutto per gli anziani, i bambini e le persone più fragili. Eppure, osservando le prime politiche messe in campo da molte amministrazioni, si ha talvolta l’impressione che non abbiamo ancora compreso fino in fondo la natura della sfida.
Il cambiamento climatico non ci chiede di trovare qualche luogo dove ripararci. Ci chiede di fare in modo che l'intera città diventi più abitabile. La questione non è individuare poche isole di sollievo all'interno di un mare di asfalto surriscaldato, ma trasformare quel mare di asfalto. Non bastano mappe dei rifugi climatici: servono politiche di adattamento capaci di ridisegnare lo spazio urbano, restituendo spazio agli alberi, al suolo permeabile, all’acqua e all’ombra.
È questa la grande sfida del nostro tempo. Per oltre un secolo abbiamo progettato città pensando a un clima stabile. Oggi quel presupposto è venuto meno. Ondate di calore, precipitazioni estreme, lunghi periodi di siccità e alluvioni improvvise stanno modificando le condizioni entro cui viviamo e progettiamo. L’adattamento climatico non è più una politica tra le altre: è il nuovo criterio con cui ripensare la pianificazione urbana e territoriale.

La questione non è più soltanto mitigare le cause del cambiamento climatico, ma imparare ad adattarci ai suoi effetti, rendendo città e territori più resilienti, più sicuri e più capaci di convivere con nuove condizioni ambientali.
L’adattamento climatico non è una politica settoriale né un insieme di opere da attivare quando si verifica un'emergenza. È un nuovo paradigma dell'urbanistica e del governo del territorio. Significa assumere il clima come criterio ordinatore di tutte le politiche pubbliche: dalla pianificazione urbanistica alla mobilità, dalla gestione delle acque allo spazio pubblico, dalla forestazione urbana alla rigenerazione dei quartieri. Ogni scelta dovrebbe essere valutata chiedendosi se aumenta o riduce la capacità del territorio di affrontare gli eventi estremi.

L'acqua è forse il luogo dove questa trasformazione appare con maggiore evidenza. Troppa o troppo poca, improvvisamente distruttiva oppure assente per mesi, è diventata il principale indicatore dell'instabilità climatica. Mancanza d'acqua, eccesso d'acqua, grandi siccità e improvvise inondazioni: tra questi estremi si gioca oggi l’equilibrio fragile delle nostre città.
Lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, il cambiamento dei regimi di precipitazione e l’esaurimento progressivo delle falde acquifere modificano profondamente il rapporto tra gli insediamenti umani e l'acqua. Le città costiere sono esposte a rischi sempre maggiori di inondazione; quelle dell’entroterra devono fare i conti con lunghi periodi di scarsità idrica alternati a precipitazioni violente che i sistemi urbani non riescono più ad assorbire. Un clima più instabile rende evidente la fragilità di modelli di sviluppo costruiti sulla separazione tra città e natura.
Per troppo tempo abbiamo pensato di poter governare la natura opponendole infrastrutture sempre più rigide. Oggi comprendiamo che la risposta più efficace consiste spesso nel collaborare con i processi naturali, lasciando che siano acqua, suolo e vegetazione a svolgere parte del lavoro che finora abbiamo affidato esclusivamente all'ingegneria.
Alberi, boschi urbani, prati, parchi, tetti verdi, pareti vegetali, giardini della pioggia, aree umide, piazze permeabili, superfici drenanti, sistemi di infiltrazione naturale e suoli liberi non rappresentano semplici elementi di arredo urbano, ma vere infrastrutture ecologiche. Riducono le isole di calore, rallentano il deflusso delle acque meteoriche, favoriscono la ricarica delle falde, migliorano la qualità dell'aria, aumentano la biodiversità e rendono gli spazi pubblici più vivibili.
I progettisti sono oggi chiamati a intervenire sul corpo vivo della città. La sua "pelle" - fatta di asfalto, cemento, pietra e superfici impermeabili - riflette e accumula calore, impedisce all'acqua di infiltrarsi nel terreno e amplifica gli effetti degli eventi estremi. Ripensare questa pelle significa restituire spazio al suolo, all'acqua e alla vegetazione, trasformando la città da superficie impermeabile a organismo capace di assorbire, trattenere e restituire le risorse naturali.

Per questo assume un'importanza crescente la strategia delle sponge cities, le città spugna. Ma depavimentare, de-impermeabilizzare, rinaturalizzare gli spazi urbani richiede coraggio e capacità di cambiamento: significa restituire al suolo la sua capacità di assorbire l'acqua, ridurre il rischio idraulico e mitigare gli effetti del calore estremo.
Naturalmente tutto questo richiede un profondo cambiamento culturale oltre che tecnico. Per decenni abbiamo considerato il patrimonio idrico una risorsa inesauribile, trascurando la manutenzione delle reti, dei corsi d'acqua e delle infrastrutture di distribuzione. Oggi sappiamo quanto questo patrimonio sia fragile e quanto sia urgente investire nella sua cura, nell'ammodernamento delle reti e in una pianificazione integrata che metta finalmente in relazione acqua, suolo, vegetazione e insediamenti.
Le politiche di adattamento non consistono semplicemente nel modificare le città; chiedono di modificare il nostro modo di guardarle. La crisi climatica ci obbliga a riconoscere che la natura non rappresenta un elemento decorativo del paesaggio urbano, ma la sua infrastruttura più preziosa. Ogni albero piantato nel posto giusto, e tenuto in salute, ogni metro quadrato di suolo restituito alla permeabilità, ogni corso d’acqua riportato al centro del progetto, ogni spazio pubblico capace di accogliere e trattenere l’acqua racconta una diversa idea di sviluppo.
La vera sfida non è difendersi dal cambiamento climatico, ma imparare a vivere dentro un clima che cambia. È da questa nuova alleanza con i processi naturali che dipenderanno la sicurezza delle nostre città, la salute delle persone e la qualità della vita delle generazioni future.

 

 

Elena Granata. Urbanista e architetto, docente di Urbanistica presso il Politecnico di Milano e Vicepresidente della Scuola di Economia Civile (SEC). È stata membro dello Staff Sherpa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, G7/ G20 (2020-21) sui temi della biodiversità e delle trasformazioni urbane. È cofondatrice di PlanetB.it. Si occupa di paesaggio e ambiente, di politiche abitative, di riqualificazione urbana e d’integrazione sociale, di relazioni tra imprese e territorio. Autrice di numerose pubblicazioni, tra cui: Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (Einaudi, 2023); Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021); Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Giunti, 2019).
Il suo ultimo libro è La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, pubblicato da Einaudi.

Resta connesso con l'innovazione sociale

Se questo contenuto ti è stato utile, iscriviti alla nostra newsletter settimanale: ogni lunedì, bandi, opportunità e progetti direttamente nella tua casella.

📧 Iscriviti alla newsletter
💼 Seguici su LinkedIn e Facebook
📱 Unisciti al canale Telegram


Tutti i contenuti di Innovazione Sociale sono accessibili gratuitamente. Chi collabora con noi sostiene un modello che dedica spazio a nuove realtà, mantiene rubriche come Bandi e finanziamenti e IMPATTI libere per tutti, e garantisce accesso universale all'informazione di qualità.

Dicono di noi...