Foreste periurbane e ondate di caldo: come riducono mortalità e inquinamento nelle città
Le foreste periurbane, ovvero le aree boscate che circondano le città, possono contribuire a ridurre la mortalità urbana, soprattutto quella associata a temperature estreme — sia ondate di caldo che periodi di freddo intenso — e, in misura minore, agli effetti dell’inquinamento atmosferico. Un ulteriore elemento emerso dalla letteratura scientifica è che un incremento della copertura arborea può generare benefici rilevanti: in uno studio condotto su 744 città europee, si stima che rispetto alla situazione attuale un aumento del 5% della copertura della chioma potrebbe evitare 4.727 decessi prematuri, mentre un incremento del 30% arriverebbe fino a 11.974 decessi prematuri evitati ogni anno.
La loro efficacia, tuttavia, non è automatica: dipende in modo decisivo dalla progettazione degli interventi e dalla scelta delle specie arboree. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Communications Earth & Environment del gruppo Nature, coordinato da ENEA, in collaborazione con Università di Milano-Bicocca, CNR e ACRI-ST (Sophia-Antipolis, Francia). La ricerca ha analizzato diversi scenari di piantumazione nelle aree periurbane di Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence, tre città selezionate in base a clima, morfologia, densità urbana e livelli di inquinamento. Si tratta di contesti del bacino del Mediterraneo particolarmente vulnerabili agli effetti combinati di caldo estremo e qualità dell’aria, spesso con scarsa disponibilità di spazi per grandi parchi e con livelli di inquinamento superiori alle soglie raccomandate dall’OMS, oltre che caratterizzati da conformazioni che limitano la circolazione dell’aria e favoriscono l’accumulo di inquinanti.
“Il verde urbano è efficace solo se progettato con cura e scegliendo le specie più adatte al contesto urbano, considerando che alcuni alberi emettono numerosi composti organici volatili che contribuiscono alla formazione di inquinanti atmosferici secondari, peggiorando così la qualità dell’aria”, spiega il ricercatore Alessandro Anav del Laboratorio ENEA Modelli e servizi climatici, autore dello studio insieme alle colleghe del Dipartimento Sostenibilità Alessandra De Marco, Ilaria D’Elia e Beatrice Sorrentino.
Per valutare i benefici del rinverdimento, i ricercatori hanno simulato due strategie di piantumazione. Nel primo scenario è stata considerata la quercia farnia (Quercus robur), specie con elevate emissioni di composti organici volatili biogenici (BVOC). Nel secondo sono state invece analizzate specie a basse emissioni, come il pino domestico (Pinus pinea) e il pino nero (Pinus nigra). I BVOC sono sostanze emesse naturalmente dalle piante come meccanismo di difesa contro stress ambientali, insetti o patogeni: non sono direttamente tossici, ma in atmosfera possono reagire con altri composti contribuendo alla formazione di ozono troposferico e particolato fine (PM2.5), con effetti negativi su salute respiratoria e cardiovascolare.
Dallo studio emerge che la piantumazione di specie ad alte emissioni di BVOC comporta generalmente un aumento delle concentrazioni di PM2.5: in media +0,80% a Firenze e Aix-en-Provence e +0,12% a Zagabria. L’utilizzo di specie a basse emissioni determina invece variazioni più contenute: +0,35% a Firenze, +0,30% ad Aix-en-Provence e una lieve diminuzione a Zagabria (-0,07%).
Per quanto riguarda le isole di calore urbane, le foreste periurbane mostrano un impatto limitato sulle temperature massime estive. In questi casi, infatti, le condizioni meteorologiche su larga scala dominano la dinamica termica, riducendo l’effetto della vegetazione. Diverso invece il contributo sulle temperature minime notturne, più sensibili alle condizioni locali e quindi maggiormente influenzate dalla presenza di verde.
Sul piano sanitario, lo studio evidenzia che le foreste periurbane possono ridurre la mortalità urbana associata soprattutto allo stress termico e, in parte, all’inquinamento. A Firenze, ad esempio, la piantumazione di specie a basse emissioni BVOC porta a una riduzione di 0,9 decessi ogni 100.000 abitanti, mentre con specie ad alte emissioni la riduzione è di 0,4 decessi ogni 100.000 abitanti. In entrambi i casi, il beneficio principale è legato alla riduzione degli effetti delle alte temperature, particolarmente rilevanti in un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione e ondate di calore sempre più frequenti.
Anche gli altri contesti mostrano dinamiche differenti: ad Aix-en-Provence le specie a basse emissioni riducono soprattutto la mortalità legata al freddo, mentre a Zagabria le specie ad alte emissioni risultano più efficaci nel ridurre i decessi associati al caldo. “Senza entrare nel dettaglio, queste differenze ci dicono che le soluzioni verdi vanno pensate a livello locale. Una soluzione valida ovunque è una semplificazione che potrebbe generare impatti aggiuntivi anziché proteggere la popolazione”, spiegano i coautori dello studio Maurizio Gualtieri (Università di Milano-Bicocca) e Ilaria D’Elia (ENEA).
Un ulteriore risultato riguarda gli scenari di urbanizzazione: la completa rimozione della vegetazione urbana e periurbana comporterebbe un forte aumento dei costi sanitari e della mortalità. L’incremento dei decessi legati soprattutto allo stress termico risulta pari al +59,4% a Zagabria, +13% a Firenze e +2,9% ad Aix-en-Provence, con impatti economici stimati fino a 560 milioni di euro a Firenze, 708 milioni a Zagabria e 158 milioni ad Aix-en-Provence.
In un periodo caratterizzato da ondate di calore sempre più intense, questi risultati evidenziano quanto il verde urbano e periurbano possa rappresentare una leva importante di adattamento climatico, ma solo se progettato in modo mirato e contestuale
Ogni anno, milioni di persone nel mondo muoiono per patologie cardiovascolari e respiratorie legate all’esposizione a inquinanti come PM2.5, biossido di azoto (NO₂) e ozono (O₃). In Europa, l’esposizione a questi inquinanti ha causato rispettivamente 182 mila, 34 mila e 63 mila decessi, mentre in Italia le stime arrivano a circa 43 mila morti. Anche le ondate di calore e i periodi di freddo intenso contribuiscono in modo significativo all’aumento della mortalità, aggravando gli effetti della scarsa qualità dell’aria.
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