Costruire ecosistemi collaborativi per generare impatto sociale. Intervista a Marco Noseda
Per lungo tempo il mondo dell'impresa e quello del Terzo Settore hanno vissuto come universi paralleli. Da una parte l'efficienza, la crescita e la competitività; dall'altra la risposta ai bisogni sociali, la solidarietà e la costruzione di comunità. Linguaggi diversi, obiettivi apparentemente incompatibili, strumenti raramente condivisi.
Oggi, però, questa separazione mostra tutti i suoi limiti. Le grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e demografiche stanno imponendo un cambio di paradigma: nessun attore, da solo, possiede le risorse necessarie per affrontare sfide sempre più complesse. La transizione digitale, l'invecchiamento della popolazione, le nuove fragilità sociali, la povertà educativa, la rigenerazione dei territori richiedono competenze, investimenti e capacità organizzative che travalicano i confini tradizionali tra profit e non profit.
È all'interno di questa evoluzione che si sta affermando un modello nuovo, fondato sull'ibridazione tra mondi diversi e sulla costruzione di ecosistemi collaborativi capaci di produrre valore economico e sociale allo stesso tempo.
Un esempio particolarmente significativo di questa evoluzione è rappresentato da Cariplo Factory, nata nel 2016 su iniziativa di Fondazione Cariplo e diventata negli anni uno dei principali hub italiani dedicati all'innovazione e alla collaborazione tra attori diversi. La sua esperienza consente di osservare da vicino come stia cambiando il concetto stesso di impatto. Nella visione di Marco Noseda, Chief Impact and Strategy Officer dell'organizzazione, il compito di chi guida le strategie d'impatto non consiste più soltanto nel favorire la nascita di ecosistemi innovativi, ma nel costruire ponti tra modelli economici differenti, accompagnando imprese, istituzioni e Terzo Settore verso forme sempre più mature di collaborazione e contaminazione reciproca.
Oltre i silos: la sfida della complessità multistakeholder
Il sistema italiano dell'innovazione ha storicamente sofferto di una forte frammentazione. Imprese, pubbliche amministrazioni, università, fondazioni, associazioni e cooperative hanno spesso operato in compartimenti separati, sviluppando progettualità autonome e raramente coordinate.
La crescente complessità delle sfide contemporanee rende però questa impostazione sempre meno sostenibile. Le soluzioni realmente efficaci nascono oggi dall'incontro tra competenze differenti e dalla capacità di costruire reti stabili tra soggetti eterogenei.
Non si tratta semplicemente di mettere attorno a un tavolo organizzazioni diverse. La vera difficoltà consiste nel creare linguaggi comuni, definire obiettivi condivisi e sviluppare strumenti di governance in grado di tenere insieme interessi, aspettative e tempi di azione spesso molto differenti.
In questo contesto è essenziale comprendere come facilitare i differenti ecosistemi, traducendo culture organizzative diverse e guidando processi complessi nei quali il valore generato non può essere misurato esclusivamente in termini economici.
Per questo motivo la valutazione dell'impatto sociale assume un ruolo sempre più centrale. Se il profitto rappresenta da sempre un indicatore chiaro e condiviso, la misurazione dei cambiamenti prodotti sulle persone e sulle comunità richiede metodologie rigorose, indipendenti e scientificamente fondate. Solo attraverso strumenti credibili diventa possibile dimostrare il valore effettivamente generato e orientare le decisioni future.
Ibridare per competere
Uno degli aspetti più interessanti di questa trasformazione riguarda la contaminazione tra metodologie nate nel settore privato e bisogni provenienti dall'economia sociale.
Per anni strumenti come l'open innovation, l'accelerazione di startup o il venture building sono stati considerati patrimonio esclusivo del mondo imprenditoriale. Oggi queste pratiche vengono progressivamente adattate alle organizzazioni non profit, alle cooperative e agli enti del Terzo Settore.
La ragione è semplice: i problemi da affrontare sono sempre più simili. Anche le organizzazioni sociali devono digitalizzare processi, sviluppare competenze interne, attrarre talenti e costruire modelli sostenibili nel lungo periodo. Allo stesso modo, molte imprese stanno comprendendo che la loro capacità di generare valore dipende sempre più dalla qualità delle relazioni con i territori e le comunità in cui operano.
Nascono così collaborazioni che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate improbabili: grandi aziende tecnologiche che mettono competenze e strumenti a disposizione di organizzazioni sociali; startup innovative che sperimentano nuove soluzioni per migliorare servizi di welfare; fondazioni che agiscono come catalizzatori di processi di trasformazione collettiva.
L'intelligenza artificiale rappresenta oggi uno dei terreni più promettenti di questa convergenza. Non tanto come fine in sé, quanto come leva capace di amplificare l'efficacia delle organizzazioni sociali, liberando risorse e consentendo di raggiungere un numero maggiore di beneficiari.
Non si tratta di una prospettiva teorica. Il programma Good Loop di Cariplo Factory rappresenta uno degli esempi più significativi di questa convergenza. Attorno allo stesso tavolo ha riunito grandi aziende tecnologiche come Microsoft, fondazioni quali Fondazione Cariplo, Fondazione Triulza e il Fondo per la Repubblica Digitale, oltre a migliaia di organizzazioni dell'economia sociale. Il risultato è stato un percorso di sperimentazione che ha mostrato come l'intelligenza artificiale generativa possa diventare non soltanto un'innovazione tecnologica, ma uno strumento concreto per rafforzare servizi, competenze e capacità di risposta ai bisogni delle comunità.
L'impatto come visione strategica, lontano dagli slogan
Negli ultimi anni, il termine "impatto" è andato incontro a un rischio di usura iperbolica, producendo un effetto paradossale: più la parola è stata utilizzata, più il suo significato è diventato sfumato. In molti casi l'impatto è stato ridotto a una formula comunicativa, un'etichetta da applicare a progetti e iniziative senza una reale riflessione sugli effetti prodotti.
La differenza tra risultati e impatto è invece sostanziale.
Un progetto, infatti, può raggiungere i propri obiettivi operativi senza necessariamente modificare le condizioni di vita delle persone. Può generare attività, eventi, partecipazione o visibilità senza produrre trasformazioni durature.
L'impatto autentico richiede una prospettiva diversa: partire dal cambiamento desiderato e costruire a ritroso tutte le azioni necessarie per realizzarlo. Significa ragionare sul lungo periodo, individuare indicatori coerenti e verificare costantemente se le iniziative intraprese stiano davvero contribuendo agli obiettivi prefissati. In questa prospettiva, l'impatto non un esercizio teorico ma una precisa volontà politica e manageriale.
Comunicare l'innovazione: il potere della narrazione
Esiste infine una dimensione spesso sottovalutata: quella della narrazione.
L'innovazione sociale tende tradizionalmente a concentrarsi sull'azione, considerandola più importante della comunicazione. Eppure, in una società attraversata da flussi continui di informazioni, ciò che non viene raccontato rischia semplicemente di non esistere.
Comunicare non significa costruire una vetrina autoreferenziale, ma rendere visibili pratiche replicabili, condividere apprendimenti e diffondere modelli efficaci.
Le grandi sfide contemporanee – dalla povertà educativa alla disoccupazione giovanile, dalla disabilità alla crisi demografica – richiedono infatti non soltanto interventi concreti, ma anche la capacità di generare immaginari collettivi capaci di mobilitare nuove energie. Il momento storico attuale ha bisogno di una rivendicazione orgogliosa e professionale dell'innovazione sociale, affinché la costruzione di reti di comunità non sia solo una pratica silenziosa, ma un modello culturale visibile, condiviso e replicabile.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: trasformare l’impatto da parola di moda a pratica partecipata, costruendo alleanze solide e durature tra tutti gli attori che operano per il bene comune. Una responsabilità che richiede di essere condivisa tra imprese, pubbliche amministrazioni, Terzo Settore, innovatori e comunità locali.
Oggi questi mondi stanno finalmente iniziando a riconoscersi come parti di uno stesso ecosistema. E questo è un ottimo segnale di futuro.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Marco Noseda? Chief Impact and Strategy Officer di Cariplo Factory. Oltre quindici anni di esperienza nello sviluppo di progetti di innovazione con un focus su programmi pubblico-privati e piattaforme di Open Innovation. Dopo un MBA presso SDA Bocconi, ha avviato la carriera nella consulenza manageriale per poi specializzarsi nella costruzione di ecosistemi collaborativi che integrano ricerca scientifica, imprenditorialità e impatto sociale. Oggi guida lo sviluppo strategico di Cariplo Factory, promuovendo iniziative di innovazione comunitaria e rafforzando le connessioni tra pubblico, privato ed economia sociale.
Articolo di Innovazione Sociale
Intervista di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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