La comunità che genera risorse: l'approccio human-centered alla sostenibilità
Foto di Randy Fath su Unsplash

La comunità che genera risorse: l'approccio human-centered alla sostenibilità

di Silvia de Aloe

Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata stabilmente nel lessico delle istituzioni, delle imprese e dei servizi pubblici. Tuttavia, più il termine viene utilizzato, più rischia di perdere spessore, diventando una parola-ombrello che raccoglie iniziative eterogenee, talvolta scollegate tra loro e spesso dipendenti da incentivi, contingenze o mode del momento. Assistiamo ogni giorno a nuove crisi energetiche, geopolitiche e sociali che si sovrappongono e si amplificano reciprocamente. Diventa allora necessario tornare a una domanda più radicale: che cosa rende davvero sostenibile l’agire umano?

Un indicatore simbolico, ma estremamente evocativo, è l’Overshoot Day: il giorno dell’anno in cui esauriamo le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nello stesso arco temporale. Da quel momento in poi, si vive “a debito”, consumando capitale naturale futuro. Al di là della data in sé, ciò che questo indicatore mette in luce è un nodo concettuale decisivo: l’interazione che una comunità sviluppa con le risorse che usa.

 

Consumare o generare: una distinzione che orienta il futuro

L’Overshoot Day, oltre a parlare di quantità di risorse disponibili, dice anche del modo in cui le risorse vengono utilizzate. Possiamo distinguere due approcci fondamentali nell’interazione della comunità umana con le risorse: quella del consumatore e quella del generatore.

Porsi sul piano di consumare risorse vuol dire usare ciò che è già disponibile per soddisfare bisogni o interessi immediati, mettendo in secondo piano le condizioni che ne rendono possibile l’esistenza e lo sviluppo nel tempo. Porsi invece su piano del generare risorse vuol dire considerarle come l’esito di un processo di sviluppo della capacità stessa della comunità di rendere qualcosa “risorsa”, giocando d’anticipo sugli scenari futuri che, come comunità umana, potremo dover affrontare e le esigenze che dovremo soddisfare per gestirli.

Questa distinzione diventa particolarmente evidente se si osserva il tema dell’energia. In un paese strutturalmente dipendente dall’importazione energetica, l’accesso all’elettricità può apparire come un vincolo non modificabile. Eppure, gli scenari recenti mostrano come quei paesi che investono nella ricerca, nello sviluppo e nell’adozione di fonti rinnovabili siano oggi meno esposti a shock improvvisi nella disponibilità di altre fonti. Non si tratta solo di sostenibilità ambientale, ma di solidità di un sistema-paese nel garantire servizi essenziali: dalle imprese agli ospedali, dall’illuminazione pubblica alle infrastrutture critiche. Essere generatori, in questo senso, vuol dire ridurre strutturalmente la vulnerabilità del sistema.

 

Il punto fermo negli scenari incerti: la visione di comunità

Di fronte a scenari incerti, la tentazione è spesso quella di cercare soluzioni tecniche, normative o finanziarie. Tuttavia, in sistemi complessi in cui le condizioni possono cambiare rapidamente, è il modo in cui le persone e le organizzazioni interagiscono tra loro nel cogliere le sfide del proprio tempo che fa la differenza: ciò che resta relativamente stabile (e certo) anche quando gli scenari cambiano è la visione di comunità che orienta le scelte collettive.

Ne possiamo tracciare sinteticamente due, che in letteratura vengono identificate con i termini Societas e Communitas [Turchi, Vendramini 2021] e che generano effetti profondamente diversi sull’uso delle risorse.

Nella societas, il collante tra le persone e le loro aggregazioni è rappresentato prevalentemente dai rapporti formali, da norme e procedure valide in un certo tempo e spazio. Il bene comune viene perseguito attraverso la negoziazione tra interessi individuali, con esiti che implicano inevitabilmente compromessi, vincite e perdite. In questa visione, le regole definiscono ciò che è consentito o vietato, e l’azione individuale tende a muoversi entro i confini di ciò che è vantaggioso nel breve periodo, possibilmente con il supporto di incentivi esterni.

Nella communitas, il collante tra i membri della stessa, indipendentemente dal loro status giuridico e dalle regole formali con cui si rapportano, è il contributo che possono offrire alla gestione di criticità condivise nel perseguimento di obiettivi comuni [de Aloe, Ferri, 2021]. Adottando questa nuova chiave l’interesse individuale non scompare, ma è usato per promuovere una modalità di agire differente orientata alla collaborazione e alla corresponsabilità. La domanda che ciascuno può porsi passa dall'essere “di che cosa ho bisogno?” o “che cosa mi spetta?” a “come posso contribuire per rispondere alle esigenze che anch’io avverto?”.

 

Dalla visione di comunità ad un uso differente delle risorse

Queste due chiavi di lettura di comunità producono effetti radicalmente diversi nell’interagire per l’uso delle risorse.

Se adoperiamo la “lente osservativa” della societas, le risorse vengono utilizzate in modo prevalentemente estrattivo. La frammentazione dei bisogni individuali si traduce in una frammentazione dell’uso delle risorse, che vengono consumate per rispondere a interessi spesso non coordinati. L’investimento in soluzioni sostenibili avviene principalmente quando è economicamente conveniente o normativamente incentivato.

Nella visione della communitas, invece, le risorse vengono utilizzate in modo rigenerativo. L’energia, ad esempio, non è solo una materia da consumare, ma una leva per costruire autonomia, cooperazione e capacità di risposta collettiva. Investire - a mero scopo di esempio - nel fotovoltaico passa dall’essere una semplice scelta individuale al rappresentare un’azione che risponde a un’esigenza comune e che, proprio per questo, produce benefici anche a livello personale.
Porsi come “contributori” nell’investire in modo sostenibile favorisce la diffusione di una cultura in cui tutti siano spinti a farlo: le scelte singole, se orientate verso esigenze comuni, hanno effetti concreti – possono ad esempio, aiutare le aziende che puntano alla sostenibilità ambientale a considerare la sostenibilità nel suo complesso, governando anche gli impatti sociali delle proprie attività, oltre a quelli ambientali.

 

Quanto più la comunità investe in soluzioni “condivise”, tanto più esse diventano efficaci, accessibili e capaci di ridurre l’incertezza, spingendo tutti i ruoli coinvolti ad essere promotori di un agire sostenibile

 

 

Essere professionisti della sostenibilità oggi in una logica Human-Centered

Nel dibattito attuale sulla sostenibilità emerge con forza un limite delle logiche competitive tradizionali: la corsa ad “accaparrarsi” risorse scarse può funzionare nel breve periodo, ma indebolisce il sistema nel lungo termine. Nei contesti complessi, la vera competitività non risiede più nell’accesso privilegiato alle risorse, ma nella capacità di coordinarne l’uso, rigenerarle e condividerne i benefici.
Lavorare sulle interazioni tra i membri di una comunità, orientandole verso la corresponsabilità e il contributo alla gestione di criticità comuni, consente a istituzioni, servizi e organizzazioni di tutelare la propria competitività agendo però esse stesse come una risorsa del sistema-paese. È un passaggio da una logica win–lose, o win-win, a una logica winning for all, in cui il valore viene generato in modo condiviso.

In questo scenario, il ruolo dei professionisti che operano nelle organizzazioni e nelle istituzioni assume una rilevanza decisiva. Lavorare sulla sostenibilità significa saper leggere i cambiamenti sociali come “architetture interattive”, che ci dicono come le persone partecipano alla vita della comunità e come il loro contributo possa essere orientato alla gestione di criticità condivise.
Agire in questo modo, secondo una logica che chiameremo “Human-Centered”, implica dotarsi di metodi rigorosi per progettare, implementare e misurare architetture generative in cui le persone e le organizzazioni possano offrire il proprio contributo per generare valore condiviso.

In questa direzione, la crescita professionale passa attraverso l’apprendimento di strumenti che permettono di governare la complessità, facilitare il dialogo tra attori diversi e trasformare bisogni diffusi in azioni capaci di produrre impatto nel tempo. Investire oggi nello sviluppo di queste competenze significa rafforzare la capacità delle comunità di generare futuro, prendendosi cura delle risorse naturali e sociali a partire dal modo in cui le persone collaborano, decidono e agiscono insieme, anche in condizioni di incertezza.

 

Silvia de Aloe. Presidente e fondatrice di DialogicaLab, realtà attiva dal 2006 nella consulenza, formazione e ricerca per l'innovazione di politiche pubbliche e servizi alla persona orientati alla generazione di coesione e responsabilità condivisa. Componente del Comitato Ordinatore e Docente del Corso di Alta Formazione "Communityholder Management per l'Impatto e la Sostenibilità". Consulente per ANCI Lombardia in progetti di sviluppo e consolidamento di reti multistakeholder. Coach aziendale nell'ambito del service design di assetti organizzativi e policy orientati alla Responsabilità Sociale d'Impresa e ai principi Diversity, Equity & Inclusion. Psicologa e psicoterapeuta.

 

Bibliografia:

  • G.P. Turchi – A. Vendramini. Dai corpi alle interazioni: la comunità umana in prospettiva dialogica. Padova University Press (2021).
  • S. De Aloe – C. Ferri. Communityholder engagement: oltre lo stakeholder per generare sostenibilità e coesione sociale. Maggioli Editore, Rimini (2021).

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