Creare un nuovo mindset per il luoghi che non contano. Prospettive di futuro per le nuove periferie
di Andrea Ferrazzi
C’è un esperimento mentale che ritengo utile quando si pensa a (o si lavora con) comunità in difficoltà. Funziona più o meno così. Immaginate un giovane laureato che torna nel suo paese, dopo cinque anni di università in una grande città. È cambiato: ha competenze nuove, una rete di relazioni, un orizzonte allargato. Dura sei mesi. Poi riparte. Non per mancanza di attaccamento al territorio. Non per egoismo o spirito di ribellione. È che il territorio intorno a lui non è cambiato, e un individuo trasformato immerso in un sistema invariato tende, nel tempo, a regredire o a fuggire. Lo abbiamo visto accadere in migliaia di paesi delle Alpi, dell'Appennino, del Mezzogiorno. Lo vediamo accadere ancora. Eppure, quando parliamo del “mindset” da cambiare, pensiamo all’individuo, isolato nella sua dimensione professionale e di vita. E si agisce di conseguenza. Come se il problema fosse nella testa delle persone, e non nella struttura del luogo in cui vivono.
L'errore di scala
Il problema non è che i percorsi di formazione e/o di crescita personale siano inutili. È che operano su una scala sbagliata. Un individuo non è un'isola. È immerso in un sistema emotivo collettivo che lo precede e lo orienta: le aspettative della comunità, la narrazione condivisa sul futuro del luogo, la fiducia (o la sfiducia) nelle istituzioni locali che alimenta la nostalgia. Questo sistema agisce continuamente, su tutti, senza che quasi nessuno se ne accorga. La sociologa americana Arlie Hochschild ha chiamato questo sistema deep story: la storia profonda che un territorio racconta su se stesso, e a se stesso. Non quella ufficiale nei dépliant turistici o nei programmi elettorali. Quella che emerge quando chiedi agli abitanti cosa pensano del futuro del territorio in cui abitano. E che nei così detti “luoghi che non contano” (le nuove periferie dell’economia della conoscenza) tende ad assomigliare, con variazioni locali, sempre alla stessa struttura: eravamo qualcosa / qualcuno ha deciso che non contavamo più / i migliori se ne sono andati / chi è rimasto aspetta e subisce.
Questa storia non è irrazionale. Riflette spesso condizioni reali: declino demografico, chiusura di fabbriche, riduzione di servizi, distanza crescente dai centri decisionali. Ma una volta sedimentata, diventa essa stessa un ostacolo: orienta le aspettative verso il basso, scoraggia l'investimento, seleziona negativamente la popolazione. La deep story del declino è una profezia che si autoavvera.
La frattura che i numeri non vedono
nostri indicatori di sviluppo misurano bene il declino funzionale di un territorio: PIL pro capite, tasso di occupazione, saldo demografico – di imprese e persone. Misurano molto meno bene - quasi per niente, a dire il vero - quello che potremmo chiamare il suo clima emotivo. Spesso questo fattore, il più intangibile, è quello che determina se un territorio riesce a invertire la rotta anche quando le condizioni materiali tornerebbero a permetterlo. Ho visto territori con infrastrutture nuove e fondi europei abbondanti che non riuscivano a decollare, perché chi avrebbe dovuto investire non si fidava che le cose sarebbero davvero cambiate. E ho visto territori apparentemente più poveri che si muovevano, perché qualcosa aveva riacceso la fiducia collettiva nel futuro.
Andrés Rodríguez-Pose, economista alla London School of Economics, ha documentato questo meccanismo su scala europea: i luoghi che hanno espresso i voti più alti per i movimenti populisti non sono necessariamente quelli più poveri in termini assoluti, ma quelli che hanno sperimentato il declino più lungo e che si sentono più invisibili agli occhi delle politiche nazionali. Non è solo un problema economico. È un problema di riconoscimento, e il riconoscimento è una categoria emotiva prima che politica.
Una ricerca recente di Muringani, Fitjar e Rodríguez-Pose ha mostrato che la fiducia istituzionale - la fiducia nelle amministrazioni locali, nelle università, nelle organizzazioni di categoria - è il predittore più forte dell'innovazione regionale in Europa. Più forte della dotazione di capitale umano, degli investimenti in ricerca e sviluppo, del PIL pro capite. Non i brevetti, non i fondi strutturali: la fiducia. Questo dato dovrebbe far riflettere chiunque progetta politiche di sviluppo.
Ci sono territori che ce la fanno
La geografia non è il destino. Alcuni territori riescono a invertire la rotta, e quando lo fanno, quasi sempre lo fanno cambiando prima la storia che raccontano su se stessi, e poi le strutture che quella storia aveva reso impossibili.
Il distretto dell'occhialeria bellunese è un caso che conosco dall'interno. Un territorio montano, periferico rispetto ai grandi centri veneti, che negli ultimi decenni ha costruito una delle concentrazioni produttive più competitive d'Europa nel suo settore. Non attraverso grandi piani industriali calati dall'alto, ma attraverso la sedimentazione lenta di reti di fiducia tra imprese, di specializzazione complementare, di un’identità produttiva riconoscibile.
Il capitale che ha reso possibile tutto questo non era nei bilanci delle imprese. Era soprattutto nelle relazioni tra di loro: nella fiducia che ognuno facesse la propria parte, nel senso di appartenenza a qualcosa che valeva la pena di difendere. Robert Putnam chiamerebbe questo capitale sociale. Io preferisco chiamarlo, più semplicemente, la condizione che rende possibile fare cose insieme.
Oggi quel capitale è sotto pressione, come in molti altri territori del Nord-Est. E la risposta che si sta cercando di costruire – ad esempio attraverso progetti come la Dolomiti Innovation Valley - è interessante proprio perché non parte dai fondi o dalle infrastrutture, ma dalla domanda più difficile: come si ricostruisce una narrazione collettiva abbastanza solida da sostenere l'investimento a lungo termine?
Il nuovo copione prima del passato
Stefano Laffi, nel suo libro “Immagina. Antidoti contro la rassegnazione”, descrive i servizi sociali che falliscono perché ripercorrono la storia dei fallimenti dei ragazzi che cercano di aiutare: propongono percorsi individuali a chi è già stato troppo solo, offrono colloqui in cui si ripercorre la storia dei fallimenti, suggeriscono di scrivere un curriculum che è lo specchio di quella sconfitta. La sua proposta, che chiama approccio anti-biografico, è di costruire prima un nuovo copione, così solido da permettere poi di rileggere il passato con distacco. Non rimuovere la storia: semplicemente, smettere di farne il punto di partenza.
L'applicazione ai territori è immediata e, a mia conoscenza, inesplorata nella letteratura sullo sviluppo locale. I piani di sviluppo territoriale iniziano quasi invariabilmente dalla diagnosi del declino: spopolamento, PIL basso, fuga dei giovani, servizi che chiudono. Il territorio viene convocato a raccontare la propria storia di fallimento. E poi ci si stupisce che non emerga energia propulsiva.
Cosa succederebbe se invertissimo l'ordine? Prima si costruisce una nuova narrazione, ovviamente radicata in elementi reali, non in wishful thinking, e poi, da quella posizione, si rilegge il declino come processo reversibile invece che come destino. Il riscatto di un territorio, come quello di una persona, non arriva dal rimuginare su ciò che è andato storto. Arriva, invece, dall'avere un nuovo copione tra le mani.
Cosa dovrebbero fare le politiche
Non sto dicendo che le infrastrutture non servono, o che i fondi europei vadano aboliti. Sto dicendo che senza un lavoro parallelo sul clima emotivo collettivo di un territorio, che passa attraverso una nuova narrazione, quegli investimenti tendono a produrre molto meno di quanto potrebbero. Concretamente, questo significa almeno tre cose.
Prima: ogni programma di sviluppo dovrebbe includere una fase di ascolto del clima emotivo collettivo — non un sondaggio, ma un lavoro qualitativo che permetta di capire quale deep story quel territorio porta su se stesso, e dove si trova nella spirale nostalgia-fiducia.
Seconda: investire nella governance come costruzione di fiducia. I soggetti che stanno insieme attorno a un tavolo - imprese, università, amministrazioni, banche, associazioni di categoria - non sono solo stakeholder da coordinare. Sono i mattoni di una fiducia sistemica che, se si costruisce, diventa la precondizione di tutto il resto. Questo lavoro richiede tempo, continuità e leadership che non cambia a ogni elezione.
Terza: cambiare il punto di partenza narrativo. Ogni piano di sviluppo dovrebbe iniziare non dalla diagnosi del declino, ma dalla costruzione del nuovo copione: quale identità futura questo territorio può rivendicare, partendo da ciò che ha già? Solo dopo si torna al passato — per rileggere il declino come fase, non come destino.
Sono consapevole che tutto questo suona meno concreto di un cantiere stradale o di un incentivo fiscale. Ma la concretezza di un'opera fisica non garantisce il cambiamento se il sistema emotivo in cui è immersa non è pronto ad accoglierlo. Abbiamo costruito abbastanza autostrade che portano a posti che continuano a svuotarsi per saperlo.
Il problema non è nelle persone. È nel copione che i loro luoghi hanno scritto su se stessi. E i copioni, a differenza delle strade, si possono riscrivere.
Andrea Ferrazzi. Direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, è autore di “Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne, periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare” (Rubbettino, 2025) . Su questi temi ha tenuto un seminario all'Università di Trento.
Per approfondire: La frattura tra fiducia e nostalgia: un bivio per i territori
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