Capitale paziente per un futuro solido: così si costruisce il cambiamento sociale. Intervista a Marco Gerevini
Nel mondo dell’innovazione sociale, si parla spesso di cambiamento, di nuove idee, di soluzioni alternative. Ma raramente si parla del tempo. Del tempo che serve per costruire qualcosa che resti, per generare un impatto vero, per cambiare davvero la vita delle persone. È un’idea che torna spesso quando si ascolta Marco Gerevini, consigliere delegato della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore (FSVGDA), realtà che da anni lavora nel campo dell’impact investing con un approccio paziente, concreto e profondo.
Fondata nel 2017 su iniziativa di Fondazione Cariplo, FSVGDA nasce con una doppia anima: da un lato l’eredità filantropica, dall’altro la volontà di sperimentare nuovi strumenti finanziari capaci di produrre cambiamento sociale. Il punto di partenza? L’esperienza dell’housing sociale, che nei primi anni 2000 ha rivoluzionato il modo di intendere l’abitare in Italia. Da lì, l’idea: estendere lo stesso modello anche ad altri settori dell’economia a impatto.
Nel tempo la Fondazione ha costruito un approccio molto strutturato, che si muove principalmente su tre livelli. Il primo è il programma Get It!, dedicato alle startup a impatto sociale. Attraverso una rete di incubatori sparsi in tutta Italia, vengono accompagnati i progetti più promettenti, sostenuti con percorsi di accelerazione e, per i migliori, anche con investimenti. È un ambito ad alto rischio – come tutte le startup – ma anche a grande potenziale. E proprio per questo, viene alimentato con risorse filantropiche.
Il secondo livello è rappresentato dall’attività diretta della fondazione, che investe il proprio patrimonio, oggi di circa 13 milioni di euro, attraverso strumenti ibridi che mescolano filantropia e investimento. Si tratta di un modo per intervenire su iniziative che non sono ancora abbastanza solide da attrarre capitali “puri”, ma che meritano comunque fiducia. In questo ambito sono nati programmi come Impact4Coop e Impact4Art, che accompagnano rispettivamente cooperative sociali e progetti culturali.
Infine c’è il terzo livello, il più recente: GDA Impact, un veicolo di investimento da oltre 60 milioni di euro, pensato per realtà più mature. Anche qui l’elemento chiave è la pazienza: capitali concessi a condizioni vantaggiose (intorno al 2% sopra l’inflazione) e con orizzonti temporali fino a vent’anni. Perché certe trasformazioni sociali richiedono tempo, e non si possono forzare.
E proprio il tempo è il filo rosso che attraversa tutta la visione di FSVGDA. In un contesto in cui gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite sembrano allontanarsi – con molti indicatori in stallo o in regressione – la Fondazione non smette di lavorare. Non può spostare da sola l’ago della bilancia globale, certo, ma può continuare a contribuire, coerentemente, in ogni progetto che sostiene. E soprattutto può misurare il proprio impatto, obiettivo per obiettivo, senza perdersi nella retorica ma mantenendo un approccio rigoroso.
Alcuni esempi di soluzioni innovative sostenute dalla Fondazione parlano da soli. PerMicro, realtà pioniera del microcredito in Italia, ha sostenuto più di 35.000 famiglie e 6.000 piccole imprese. È un esempio concreto di come l’inclusione finanziaria possa diventare inclusione sociale. Poi c’è l’esperimento degli Income Share Agreements (ISA): un modello innovativo – già diffuso nei paesi anglosassoni – che permette agli studenti in difficoltà economica di affrontare i costi per la propria formazione universitaria o professionale, restituendo l’investimento solo se, una volta completato il proprio ciclo di studi, trovano occupazione e raggiungono livelli retributivi adeguati. "Non è un prestito, è un investimento condiviso nel talento", precisa Gerevini. Oltre 400 studenti hanno già beneficiato di questa opportunità, e più di 100 hanno iniziato a restituire le somme ricevute, alimentando così un meccanismo virtuoso e rigenerativo.
Un altro fronte è quello dell’accesso al credito per il Terzo Settore, dove la Fondazione ha avviato progetti insieme a Banca Intesa e Cooperfidi per facilitare finanziamenti a tassi agevolati. Perché molti enti non profit fanno fatica a dialogare con il mondo bancario tradizionale, e hanno bisogno di un ponte, di qualcuno che traduca le esigenze da una parte e dall’altra.
Ma gli strumenti, per quanto ben pensati, non bastano. Serve una vera e propria rivoluzione culturale, soprattutto all’interno del Terzo Settore. Troppo spesso – osserva Gerevini – si guarda con sospetto all’ingresso di capitali, si teme la presenza di investitori come un’interferenza. Eppure, aprirsi a nuove forme di investimento può significare accedere a competenze, relazioni, risorse di lungo periodo. Significa, in fondo, costruire basi più solide.
I dati parlano chiaro: secondo l’ultimo Osservatorio Finanza e Terzo Settore di Intesa Sanpaolo e Aiccon, l’80% degli investimenti è ancora sostenuto da autofinanziamento o debito bancario. L’uso di capitale di rischio è ancora residuale, quasi assente. E questo, secondo Gerevini, è un limite non solo finanziario ma anche strategico. “Spesso – racconta – ci si chiede solo «quanto volete di rendimento?», come se l’equity fosse un debito mascherato. In realtà bisognerebbe guardare alla struttura complessiva del capitale, e capire che rafforzarsi patrimonialmente conviene anche per ottenere finanziamenti più favorevoli".
Il problema, però, è anche sistemico. Da un lato, le imprese sociali e le cooperative sono spesso vincolate da limiti giuridici che scoraggiano molti investitori. Dall’altro, il Secondo Settore più aperto – quello delle imprese for profit orientate alla sostenibilità – è spesso più giovane, più agile, più libero da certe rigidità. Forse è anche una questione generazionale: le nuove realtà hanno meno paura di sperimentare, di contaminarsi, di aprirsi a modelli ibridi.
In tutto questo, la Fondazione cerca di fare da ponte. Con pazienza, ma anche con determinazione. "La capacità di attesa – spiega Gerevini – è fondamentale. Se si forza un’uscita da un investimento, si rischia di compromettere l’impatto sociale generato. Per questo servono strumenti flessibili, pensati davvero su misura. E servono investitori che siano pronti a capirlo".
È forse questa la lezione più importante raccolta in questi anni: per costruire un’economia davvero a impatto, bisogna tenere insieme tante cose. La capacità di ascolto, la voglia di innovare, la solidità degli strumenti, la cura dei numeri, ma anche il rispetto per i tempi dell’altro. E, soprattutto, la consapevolezza che l’impatto non si genera dall’oggi al domani.
Ci vuole pazienza. Una pazienza strategica. Una pazienza intelligente. Una pazienza che diventa, a tutti gli effetti, capitale.
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Chi è Marco Gerevini? Consigliere delegato di Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, ente non profit promosso da Fondazione Cariplo che ha la missione di supportare la crescita della cultura e del mercato degli investimenti a impatto sociale in Italia e in Europa, attraverso attività di investimento, capacity building e advisory. Attualmente è anche responsabile di Fondazione Housing Sociale. In precedenza, si è occupato di M&A e Corporate Finance in alcune banche europee.
Articolo a cura di Innovazione Sociale
Videointervista a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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