Siamo stanchi della parola “impatto”? Non possiamo permetterci di buttarla via
Foto di Savannah Bolton su Unsplash

Siamo stanchi della parola “impatto”? Non possiamo permetterci di buttarla via

 di Antonella Tagliabue

 

Ultimamente ho l’impressione che la parola impatto abbia smesso quasi di significare qualcosa, a forza di dover significare tutto. “Impatto” è diventata la parola che si mette in fondo alle domande di finanziamento perché si sa che qualcuno, dall'altra parte, la cercherà con Ctrl+F. È diventata un requisito prima ancora che un'intenzione.
Ma al suo interno c'è qualcosa che non possiamo permetterci di perdere: la domanda, elementare e scomoda, se quello che facciamo cambi davvero qualcosa nella vita di qualcuno. È una domanda giusta. Il problema non è la domanda. È che ci siamo distratti dalla domanda per concentrarci sulla sua misura.

Un impatto, quello vero, non è mai un evento a senso unico: qualcuno che agisce e qualcun altro che riceve un effetto, misurato e archiviato. È sempre, anche, una relazione che si stabilisce tra chi interviene e chi viene coinvolto: un accordo implicito su cosa conta, per chi, e secondo quale idea di bene.
Quando un progetto ha impatto reale, di solito è perché ha tenuto fede a un patto - con le persone che accompagna, con il territorio in cui lavora, con i finanziatori che gli hanno dato fiducia. Il patto è la parte invisibile dell'impatto: quella che nessun indicatore cattura, e che però è la ragione per cui l'indicatore, quando funziona, funziona.

 

Una collisione che lascia il segno

“Impatto”, come spiega la Treccani, entra nella lingua italiana dal francese impact, che a sua volta viene dal latino impactus, participio passato di impingĕre: “urtare”, “colpire con forza”. Non descrive un miglioramento graduale: descrive uno scontro.
Alla lettera, un impatto è un corpo che urta contro un altro, con una violenza - piccola o grande - che lascia un segno. Non è una linea che sale con garbo su un grafico: è una collisione, e come ogni collisione produce attrito, resistenza, a volte danno.
Se un intervento sociale avesse davvero un impatto, in questo senso originario, dovrebbe disturbare qualcosa: un'abitudine consolidata, un equilibrio di potere, una convinzione diffusa, un modo scontato di distribuire risorse o attenzione. Dovrebbe, in una qualche misura, non piacere a qualcuno - a chi quell'equilibrio lo custodiva prima.

È quasi il contrario di quello che il linguaggio della misurazione ci ha abituati a cercare. Le dashboard, i grafici in crescita, gli SROI raccontano quasi sempre una storia lineare e piacevole: input, attività, output, outcome, tutto che sale verso destra. Ma un impatto che non disturba nessuno - che non fa arrabbiare nessuno, che non mette in imbarazzo nessuno, che non costringe nessuno a cambiare idea o abitudine - è forse solo un'attività ben eseguita, non un impatto. La parola, nella sua radice, lo sapeva prima di noi.

Questo non significa cercare il conflitto per il conflitto, né confondere il disturbo con l'efficacia - anche un cattivo intervento può urtare qualcosa, senza per questo essere buono. Ma vale la pena diffidare, almeno un po', di ogni impatto che si racconta come una notizia solo buona, senza attrito, senza che nessuno ne esca scomodo. Se davvero urtasse contro qualcosa, qualcuno dovrebbe accorgersene.

 

L'isteria della misurazione

Negli ultimi dieci anni il settore sociale - non solo in Italia - ha attraversato quella che si può chiamare, senza troppa esagerazione, un'isteria della misurazione. Si tratta di cosa buona e giusta: sapere se un intervento funziona, invece di darlo per scontato, è fondamentale. Il problema comincia quando la misura smette di essere uno strumento per diventare un fine.

È un meccanismo che gli studiosi delle organizzazioni conoscono bene: la “legge di Goodhart”, spesso riassunta così - quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura. Detto altrimenti: appena un indicatore comincia a determinare chi riceve fondi, chi viene valutato bene, chi sopravvive al prossimo bando, le organizzazioni imparano - legittimamente, razionalmente - a ottimizzare l'indicatore, non necessariamente la realtà che l'indicatore doveva rappresentare.

Jerry Muller lo ha documentato in modo sistematico nel suo The Tyranny of Metrics: più un sistema si affida a metriche standardizzate per giudicare il valore di un lavoro complesso - la scuola, la sanità, il sociale - più rischia di premiare chi sa produrre buoni numeri, non chi produce buoni risultati. Sono due cose che, a volte, coincidono. Non sempre.

 

Cosa si perde quando si misura senza patto

Quello che si perde, quando la misurazione prende il posto della relazione invece di servirla, è proprio il patto. Si perde il tempo che serve per ascoltare una storia prima di incasellarla in una scheda di valutazione. Si perde la possibilità che un progetto cambi strada a metà percorso, perché nel frattempo si è capito qualcosa che l'indicatore iniziale non poteva prevedere. Si perde, spesso, la fiducia reciproca tra chi opera sul campo e chi dovrebbe sostenerlo: l'operatore sociale che passa più tempo a compilare report che a stare con le persone; il finanziatore che si fida più del grafico ben disegnato che della relazione onesta di chi, sul territorio, sa quando le cose non stanno andando come previsto.

C'è una differenza, che vale la pena tenere ferma, tra misurare per rendere conto di un patto - trasparenza verso chi ha investito fiducia e risorse, rigore verso le persone coinvolte, onestà su ciò che ha funzionato e ciò che no - e misurare per costruire una vetrina di impatto. Il primo tipo di misurazione rafforza il patto. Il secondo lo sostituisce, e nel farlo, lo svuota.

 

Recuperare la domanda, non la parola

Non credo che la risposta alla stanchezza dell'impatto sia smettere di parlarne. La risposta è più scomoda: tornare a fare la domanda sul serio, invece di delegarla a un cruscotto. Chiedersi cosa è davvero cambiato, per chi, e a quale prezzo - anche quando la risposta non entra bene in una casella, anche quando richiede una narrazione più lunga di un indicatore, anche quando mette in discussione il progetto stesso invece di confermarlo.

L'impatto che conta è quello che si può raccontare a chi lo ha reso possibile e a chi lo ha vissuto, e che entrambi riconoscono come vero. Tutto il resto - i framework, i KPI, gli SROI - dovrebbe restare quello che era all'inizio: uno strumento al servizio del patto, non un sostituto per la sua assenza.

 

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