Il Public Engagement come processo per generare impatto con e per i territori
di Maria Letizia Guerra, Serena Miccolis, Paolo Venturi
L’Università di Bologna non nasce come istituzione calata dall’alto. Nasce dalla civitas: è la comunità dei cittadini bolognesi che, tra XI e XII secolo, istituisce uno spazio di sapere condiviso perché la conoscenza possa servire la vita collettiva. Questa origine non è un dettaglio storico: è il fondamento di una responsabilità che non si è mai esaurita. Parlare oggi di Public Engagement significa, prima di tutto, ricordare da dove viene l’università e a chi deve rispondere. Non si tratta di aggiungere una funzione a didattica e ricerca, ma di ritrovare il senso più profondo dell’istituzione: un luogo in cui la conoscenza non è fine a sé stessa, ma si misura con le aspirazioni e le scelte di sviluppo della comunità che la legittima.
In questo quadro si inserisce il percorso di accompagnamento a cura di AICCON, in stretta sinergia con Maria Letizia Guerra, Delegata all’Impegno Pubblico dell’Ateneo, e con l’Area Innovazione - Ufficio Public Engagement che ha coinvolto attivamente il gruppo dei delegati e delle delegate Terza Missione dei 31 dipartimenti. AICCON porta in questo percorso una tradizione di ricerca sull’Economia civile che misura il valore a partire non dall’output delle attività ma dalla qualità della relazione che si costruisce con la comunità: una tensione verso il progresso condiviso che è al tempo stesso metodo e missione.
Il cuore del lavoro è stato la costruzione di una “cassetta degli attrezzi” per un Public Engagement orientato all’impatto e all’Agenda 2030. Un insieme integrato di framework, strumenti operativi e indicatori, pensato per accompagnare tutte le fasi del ciclo progettuale: dall’analisi dei bisogni alla co-progettazione, dall’implementazione alla valutazione, passando dal monitoraggio
Il riferimento teorico scelto è quello della Sostenibilità Integrale [1], che consente di leggere le sfide contemporanee nella loro natura interconnessa, superando approcci a silos e logiche puramente settoriali. In questa prospettiva, lo sviluppo non è inteso come semplice crescita quantitativa, ma come trasformazione qualitativa dei sistemi sociali, economici, ambientali e culturali.
Allo stesso modo, l’impatto viene definito come l’insieme delle trasformazioni di lungo periodo generate nei contesti di riferimento, a livello di persone, organizzazioni e territori. Una definizione [2] che sposta l’attenzione dai prodotti ed esiti delle attività ai cambiamenti che queste sono in grado di attivare.
Tra gli elementi più rilevanti emersi, vi è il ripensamento del ruolo degli stakeholder. Non più semplici destinatari o “portatori di interesse”, ma veri e propri “portatori di risorse” (assetholder): soggetti coinvolti fin dalla definizione dei bisogni e co-protagonisti nella costruzione delle soluzioni. In questa logica, il Public Engagement diventa spazio di relazione e interdipendenza, capace di attivare comunità e generare innovazione sociale. In questo senso il Public Engagement non è un meccanismo di comunicazione bidirezionale, ma un dispositivo di co-produzione: la conoscenza scientifica incontra il sapere situato nelle comunità, e da questo incontro emergono soluzioni che nessuna delle due parti avrebbe potuto generare da sola. È qui che si produce il valore pubblico dell’università: non nell’erogazione di un servizio, ma nella partecipazione attiva alle scelte di sviluppo collettivo.
La misura dell’impatto sociale, in questa prospettiva, non è un adempimento rendicontativo - è il metodo con cui l’università rinnova il patto di legittimità con la comunità che l’ha originata
Gli esiti di questo percorso trovano oggi una traduzione concreta nel bando di Ateneo “Public Engagement 2026”, che rappresenta un passaggio chiave nell’evoluzione dell’approccio. Non si tratta semplicemente di finanziare iniziative, ma di orientare il modo stesso di progettare. La centralità dell’analisi dei bisogni, la definizione esplicita dei cambiamenti attesi, la qualità dell’impatto e il coinvolgimento attivo degli attori del territorio diventano criteri strutturali di selezione delle proposte e di valutazione di quanto prodotto. In questo senso, il bando agisce come un vero e proprio dispositivo di trasformazione sia contestuale che organizzativa, capace di incidere sia sulle pratiche interne all’università sia sulle relazioni con l’ecosistema territoriale.
I temi e i risultati di questo percorso saranno anche al centro della giornata: “Universities as Catalysts of Social Innovation: Global Practices for Building Local Alliances”, che si terrà presso l’Università di Bologna il 21 maggio 2026, ideato su stimolo dei delegati Terza Missione e dal gruppo di lavoro su Innovazione Sociale dell’Ateneo e sotto il presidio della Delegata all’Impegno Pubblico dell’Ateneo, Maria Letizia Guerra, con il supporto dell’Ufficio Public Engagement dell’Università di Bologna.
L’iniziativa rappresenta un’occasione di confronto tra università, istituzioni e attori sociali sul ruolo degli atenei come catalizzatori di innovazione sociale. Le sessioni del programma riflettono direttamente le traiettorie sviluppate nel percorso: dalla co-creazione con gli stakeholder alla misurazione dell’impatto, fino al ruolo delle università negli ecosistemi territoriali e nelle transizioni giuste. Queste occasioni di riflessione sono necessarie soprattutto in un momento in cui le università sono sempre più chiamate a dimostrare il proprio impatto (anche in relazione ai sistemi di valutazione e alle spinte europee in materie di sostenibilità), rischiando di scivolare in una logica meramente performativa: quella di fare Public Engagement per rispondere a requisiti, più che per generare cambiamento.
Il percorso sviluppato a Bologna ha cercato di andare nella direzione opposta: costruire prima una cultura condivisa, poi strumenti coerenti, infine metriche capaci di restituire il senso delle trasformazioni generate
La riflessione interna è partita infatti anche dai primi momenti di confronto del gruppo di lavoro su Innovazione Sociale, avviato a fine 2025, che comprende numerosi ricercatori e ricercatrici attivi nel campo dell’innovazione sociale, attraverso le loro azioni di impegno pubblico in contesti locali, così come in progetti su scala nazionale ed internazionale. Si tratta di uno strumento strategico che punta a rafforzare il coordinamento dell’Ateneo sul tema attraverso il dialogo e la condivisione di informazioni, best practice e opportunità provenienti da network nazionali e internazionali. Un gruppo multidisciplinare, che coinvolge infatti quasi tutti i dipartimenti di ricerca dell’Università di Bologna, che vuole rappresentare la varietà di competenze e ambiti di applicazione, così come mettere in luce il ruolo che anche le università posso avere nei percorsi di innovazione sociale.
Non si tratta di un processo concluso. L’evento del 21 maggio rappresenta, piuttosto, un momento di apertura: un passaggio in cui il lavoro interno si confronta con il dibattito nazionale e internazionale. Il modello di riferimento e a cui si intende contribuire è quello delle “civic universities”, ovvero di una rete di università che si pongono l’obiettivo di rafforzare il proprio impegno in termini di didattica, ricerca e Terza missione/Public Engagement per perseguire missioni trasformative così come indicate dall’Agenda 2030, con un approccio glocale, a partire dai contesti e comunità territoriali di riferimento.
In questo senso, l’esperienza dell’Università di Bologna mostra come il Public Engagement non sia un ambito residuale, ma una leva strategica per ripensare il ruolo dell’università nella società contemporanea. In un contesto segnato da sfide complesse e interconnesse, gli atenei sono chiamati a fare un passo ulteriore: non solo produrre conoscenza, ma contribuire attivamente alla trasformazione dei sistemi territoriali. Per rendere concreto il cambiamento, un ruolo strategico è rappresentato dall’associazione APEnet, un’ampia rete nazionale di atenei ed enti di ricerca in cui si elaborano strategie condivise e nel cui comitato tecnico scientifico è stata nominata di recente la prof.ssa Maria Letizia Guerra.
C’è un’ambizione più grande, sullo sfondo di questo percorso. Un’Università che assume la public governance come prospettiva costitutiva è anche un’Università capace di mobilitare, accanto ai finanziamenti pubblici, la fiducia di una pluralità di soggetti, imprese, fondazioni, cittadini che riconoscono nel suo operato un valore per la comunità
Il fundraising universitario, in questa lettura, non compensa la riduzione del finanziamento pubblico: esprime una missione civica condivisa. La capacità di attrarre risorse è proporzionale alla capacità di dimostrare impatto riconoscibile nel territorio. È l’intera comunità accademica, insieme all’ecosistema di persone e organizzazioni con cui è in relazione, a concorrere alla creazione di valore pubblico e legacy territoriale. La misura di questo impatto non è una metrica: è la tensione che tiene viva la promessa originaria dell’università. Nata dalla civitas, per la civitas.
Maria Letizia Guerra. Delegata all’Impegno Pubblico – Università di Bologna.
Serena Miccolis. Responsabile Area Impatto AICCON Research Center.
Paolo Venturi. Direttore AICCON Research Center.
Note:
1 Venturi, P., Baldazzini, A. (2021), GENERAZIONI. La sfida della Sostenibilità Integrale, in Atti de ‘Le giornate di Bertinoro’ 2021. Disponibile al seguente link
2 De Benedictis L., Miccolis S., Venturi P., Zamagni S. (2023), La prospettiva Civile dell’impatto, AICCON position paper. Disponibile al seguente link
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