Società Benefit in Italia: più crescita, filiere stabili e innovazione
Si è svolto a Milano l'evento “Società Benefit: dalla competitività all’interdipendenza”, durante il quale è stata presentata la nuova edizione della Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026. Lo studio approfondisce tre aspetti del modello Benefit: le performance delle imprese, le relazioni commerciali lungo le filiere produttive e la distribuzione sul territorio nazionale.
La ricerca è stata realizzata con il contributo di NATIVA, del Research Department di Intesa Sanpaolo, di InfoCamere, del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali "Marco Fanno" dell'Università di Padova, della Camera di commercio di Brindisi-Taranto e di Assobenefit.
Le Società Benefit sono imprese che, oltre a perseguire finalità economiche, integrano nel proprio oggetto sociale una o più finalità di beneficio comune. La normativa italiana, introdotta con la legge 28 dicembre 2015, n. 208, prevede che queste imprese operino in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, ambiente e stakeholder, impegnandosi a valutare e rendicontare l'impatto generato. L'Italia è stata il primo Paese, dopo gli Stati Uniti, a introdurre nella propria legislazione questa forma giuridica.
Crescita, competitività e relazioni tra imprese
Per analizzare il rapporto tra qualifica Benefit e performance aziendale, la Ricerca confronta circa 2 mila Società Benefit con altrettante imprese non-benefit, selezionate in modo da presentare caratteristiche il più possibile omogenee per dimensione, settore, territorio e coorte di età.
L'analisi relativa al periodo 2022-2024 evidenzia un'associazione positiva tra qualifica Benefit e crescita d'impresa. L'effetto stimato risulta pari a circa +13% per il fatturato, +17% per il costo del lavoro e +12% per il valore aggiunto.
Secondo i risultati presentati, il vantaggio associato al modello Benefit si rafforza quando la qualifica si accompagna a strategie orientate alla qualità, alla sostenibilità ambientale e all'apertura internazionale.
Un secondo approfondimento riguarda gli scambi commerciali tra imprese. L'analisi prende in esame 4.376 aziende nel 2024, metà Società Benefit e metà non-benefit, omogenee per settore, dimensione e provincia. I dati mostrano che le Società Benefit compaiono nelle filiere delle altre imprese Benefit con una frequenza superiore a quella osservata nell'economia nel suo complesso.
In particolare, il 38% delle Società Benefit intrattiene relazioni commerciali con altre imprese che hanno adottato lo stesso modello, mentre tra le imprese non-benefit la quota di quelle che si riforniscono da fornitori Benefit è pari al 24%.
La propensione a rivolgersi a fornitori Benefit interessa tutte le classi dimensionali, dalle microimprese alle grandi aziende. Con l'aumentare delle dimensioni cresce la probabilità di avere almeno un fornitore Benefit: tra le grandi Società Benefit si raggiunge l'86%. Il vantaggio rispetto al campione di confronto rimane presente in tutte le classi dimensionali considerate.
La ricerca rileva inoltre una maggiore continuità nei rapporti commerciali delle Società Benefit. Il 27,4% degli acquisti riguarda fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8% registrato tra le imprese non-benefit.
Il dato offre uno spunto di riflessione sulla stabilità delle catene di fornitura, in una fase caratterizzata dalla volatilità dei mercati e da frequenti tensioni nelle filiere globali. Come evidenziato nella presentazione della Ricerca, la continuità dei rapporti con i fornitori può favorire l'efficienza e la regolarità degli scambi, la diffusione di conoscenze e pratiche condivise e la gestione delle criticità.
Il fenomeno interessa anche le imprese più piccole. Quando l'impresa acquirente è una microimpresa Società Benefit, la quota di fornitori Benefit di pari dimensione raggiunge il 57%, quasi il doppio rispetto a quella osservata quando gli acquirenti sono imprese non-benefit.
Distribuzione territoriale e dimensioni del fenomeno Benefit
La Ricerca mette in relazione la diffusione delle Società Benefit nelle province italiane con le condizioni economiche e sociali dei territori, utilizzando gli indicatori ISTAT sul benessere equo e sostenibile contenuti nel rapporto BesT 2025.
Dall'analisi emerge che la maggiore presenza di Società Benefit non coincide necessariamente con territori caratterizzati da bisogni sociali più intensi o da maggiori carenze del contesto locale. La distribuzione del modello risulta invece associata alla capacità innovativa e ai livelli di reddito: le Società Benefit sono più presenti nei territori che brevettano di più e dove i redditi sono più elevati. L'incidenza varia da 2,7 imprese ogni mille società nel Nord-Ovest a 0,8 nelle Isole.
Anche le finalità di beneficio comune inserite negli statuti risultano legate soprattutto all'attività dell'impresa, più che al territorio in cui ha sede. Territorio, settore e dimensione spiegano soltanto una parte limitata delle differenze tra gli impegni assunti. Un'eccezione riguarda il Capitale Umano, maggiormente presente negli statuti delle imprese che operano in territori dove il mercato del lavoro presenta condizioni più favorevoli.
La Ricerca aggiorna anche i dati quantitativi sul fenomeno. Al 30 giugno 2026 le Società Benefit in Italia sono 5.968, il 7,7% in più rispetto alla fine del 2025 e il 15,6% in più rispetto a un anno prima. Nel complesso, impiegano circa 260mila addetti e generano un valore della produzione pari a 71,3 miliardi di euro, equivalente al 2,5% del totale nazionale.
Le microimprese sono le più numerose, con 4.342 realtà. Il modello è tuttavia più diffuso tra le grandi imprese con oltre 250 addetti, dove l'incidenza raggiunge il 2,4%.
La qualifica Benefit è presente in tutti i settori economici. Le incidenze più elevate si registrano nelle telecomunicazioni, con 11,7 imprese ogni mille società, nelle attività professionali, con 9,4 per mille, e nell'istruzione, con 7,0 per mille.
Un ulteriore approfondimento riguarda gli impegni formalizzati negli statuti. L'analisi di 5.006 statuti, attraverso una classificazione basata sui criteri ESG, ha permesso di classificare le finalità dichiarate dalle imprese nei confronti delle persone, delle comunità e dell'ambiente. La distribuzione evidenzia una prevalenza degli obiettivi sociali, pari al 55%, seguiti dalle finalità ambientali, che rappresentano il 28%, e da quelle di governance, pari al 17%.
La Ricerca completa è disponibile online
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