Sulle tracce della foca monaca: la ricerca che ascolta il mare attraverso il DNA
La foca monaca del Mediterraneo è uno degli animali più rari e affascinanti del nostro mare. Schiva, difficile da osservare e oggi classificata tra le specie marine più vulnerabili, rappresenta un simbolo della biodiversità mediterranea e delle sfide che la conservazione degli ecosistemi marini si trova ad affrontare.
Per comprenderne meglio la distribuzione e contribuire alla sua tutela, un gruppo di ricercatrici dell'Università di Milano-Bicocca ha avviato il progetto FOCA NON FOCA, un'iniziativa che combina ricerca scientifica avanzata, innovazione tecnologica e partecipazione dei cittadini.
Una specie ancora da conoscere
Negli ultimi decenni la popolazione della foca monaca ha subito una drastica riduzione a causa della perdita degli habitat costieri e del cosiddetto by-catch, la cattura accidentale negli attrezzi da pesca. Nonostante alcuni incoraggianti segnali di ripresa osservati in aree come il Mar Egeo, la specie continua a essere considerata vulnerabile e necessita di costanti attività di monitoraggio.
"La foca monaca del Mediterraneo resta una specie vulnerabile, da proteggere e conoscere sempre meglio; in quest'ottica è importante ampliare l'area geografica di screening", spiega Elena Valsecchi, ricercatrice del Dipartimento di Scienze dell'ambiente e della Terra dell'Università di Milano-Bicocca e responsabile scientifica del progetto.
L'obiettivo è ambizioso: ricostruire la presenza della specie nel Mediterraneo attraverso le sue tracce genetiche, individuando aree frequentate dagli animali anche in assenza di osservazioni dirette.
Quando il mare lascia una firma genetica
Il cuore del progetto è una tecnica sempre più utilizzata nelle scienze ambientali: l'analisi del DNA ambientale, noto anche come eDNA.
Ogni organismo lascia infatti nell'ambiente minuscole tracce biologiche attraverso cellule della pelle, secrezioni, materiale organico o residui derivanti dalla respirazione. Queste informazioni genetiche rimangono nell'acqua e possono essere raccolte e analizzate dai ricercatori.
Per ottenere i campioni, l'acqua marina viene prelevata lungo rotte geolocalizzate percorse da traghetti commerciali. Successivamente viene filtrata e trasportata in laboratorio, dove inizia il lavoro di identificazione genetica.
"Abbiamo messo a punto uno specifico set di primer che funziona come un faro: riconosce una sequenza precisa del DNA e si attiva solo se è presente la specie target", racconta ancora Valsecchi. "In questo modo possiamo individuare il passaggio della foca monaca anche da tracce minime presenti nei campioni raccolti".
In pratica, la ricerca riesce a rilevare la presenza dell'animale senza disturbarlo, senza catturarlo e senza nemmeno avvistarlo.
Una banca dati unica nel Mediterraneo
Il progetto può contare su una risorsa scientifica di straordinario valore: la banca di DNA ambientale marino dell'Università di Milano-Bicocca, la prima e più ampia del Mediterraneo.
I campioni sono stati raccolti nell'ambito del progetto europeo LIFE-Conceptu Maris e costituiscono un archivio prezioso per lo studio della biodiversità marina. Ad oggi sono già stati analizzati oltre 600 campioni, ma circa 400 attendono ancora di essere processati.
Proprio da questa esigenza nasce FOCA NON FOCA: completare l'analisi dell'intero patrimonio disponibile per ottenere una mappa più dettagliata della presenza della specie nel Mediterraneo.
Per finanziare la fase finale delle analisi, il team ha scelto di coinvolgere direttamente il pubblico attraverso BiUniCrowd, il programma dell'Università di Milano-Bicocca dedicato al finanziamento partecipato della ricerca. Nata per valorizzare progetti ad alto impatto sociale, economico e culturale, dal 2018 a oggi l'iniziativa ha sostenuto decine di campagne di successo, coinvolgendo cittadini, imprese e fondazioni nel finanziamento della ricerca universitaria.
FOCA NON FOCA, ospitato sulla piattaforma Ideaginger.it, è uno dei cinque progetti finalisti selezionati nell’edizione 2025-2026 e punta a raccogliere i 7.900 euro necessari per processare i campioni conservati nei laboratori e completare il lavoro di screening genetico. Il progetto beneficia di un meccanismo di cofinanziamento: una volta raggiunto il 50% dell'obiettivo, l'Ateneo raddoppierà le donazioni raccolte, contribuendo a coprire il restante importo.
Si tratta di un modello che consente ai cittadini di sostenere concretamente la ricerca scientifica e di partecipare alla produzione di nuova conoscenza su una delle specie più emblematiche del Mediterraneo.
Un team tutto al femminile
Dietro FOCA NON FOCA c'è un gruppo di lavoro composto interamente da ricercatrici.
Accanto a Elena Valsecchi operano Graziella Pupillo, dottoranda in Marine Sciences, Technologies and Management e coordinatrice delle attività operative, Silvia Raimondo, Alice Massi e Gaia Cavallaro, impegnate nello sviluppo e nella divulgazione dei contenuti scientifici. La comunicazione visiva del progetto è affidata a Celeste Scalera.
Un team multidisciplinare che unisce competenze scientifiche, divulgative e comunicative con un obiettivo comune: raccogliere nuove informazioni sulla foca monaca e contribuire alla sua conservazione.
Dalle analisi ai risultati condivisi
La conclusione del progetto non coinciderà con la fine del dialogo con il pubblico. I sostenitori della campagna saranno infatti invitati a partecipare a un momento di restituzione dei risultati, durante il quale potranno conoscere gli esiti della ricerca, visitare i laboratori e approfondire le metodologie utilizzate dagli scienziati.
Perché la tutela della biodiversità non passa soltanto attraverso la ricerca, ma anche attraverso la capacità di coinvolgere le persone nella scoperta e nella protezione del patrimonio naturale comune.
E nel caso della foca monaca, ogni traccia genetica recuperata dal mare potrebbe contribuire a raccontare e salvaguardare una preziosa storia che rischia di scomparire dalle acque del Mediterraneo.
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