Il valore della fiducia e del capitale sociale: verso una “filantropia relazionale”
Per la filantropia contemporanea ci sono alcuni temi che stanno diventando sempre più centrali, come ad esempio fiducia, relazioni, cambiamento, ma anche coraggio, reciprocità ed equità. Ad essi è dedicato “Filantropia basata sulla fiducia: promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale investendo sulle relazioni” rapporto che Percorsi di secondo welfare ha realizzato grazie al sostegno di Fondazione Lottomatica per guardare più da vicino perché si sta andando in questa direzione, anche in Italia, e le proposte che stanno emergendo per cambiare l’attuale sistema filantropico. Andiamo con ordine.
Quello della filantropia basata sulla fiducia, espressione che deriva dall’inglese “trust-based”, è un movimento che tiene insieme molte riflessioni sviluppate da diversi attori filantropici internazionali, in particolare da fondazioni e altri soggetti finanziatori (donors). Le riflessioni nascono da un generale scontento che attraversa il mondo non profit, che riconosce come alcuni meccanismi e prassi, nel corso del tempo, abbiano rivelato limiti e distorsioni. Negli ultimi decenni, infatti, l’innovazione sociale si è intrecciata sempre di più con logiche tipiche del settore imprenditoriale: le “strategie orientate ai risultati”, la sperimentazione di “soluzioni scalabili”, gli investimenti legati a “ritorni sociali misurabili” (SROI).
Le critiche mosse a questo modello di imprenditoria sociale derivano dal timore che possa inasprire le disuguaglianze esistenti (un’élite economica ha il potere di individuare le priorità sociali su cui intervenire) e che il peso dato alla “misurabilità dei risultati” iper-semplifichi la complessità dei problemi sociali. Molto rilevante è anche il problema che, premiando gli enti beneficiari economicamente più efficienti, li si incoraggia a ridurre le spese strutturali necessarie per sopravvivere, producendo un circolo vizioso: il cosiddetto “ciclo della fame delle organizzazioni non profit” (starvation circle). In altre parole, l’attuale sistema filantropico rende più debole il Terzo Settore, composto da enti che anziché collaborare tendono a competere per le risorse messe a bando dalle fondazioni, ragionando nel breve periodo e “inventando” un progetto dopo l’altro, a mo’ di progettificio. Queste storture impediscono il pieno dispiegamento del potenziale di trasformazione sociale del Terzo Settore e, per essere superate, richiedono un cambiamento culturale e operativo a beneficio di tutti i soggetti in campo di cui si iniziano a vedere i primi accenni.
Andando più nello specifico, il periodo della pandemia ha contribuito a mettere profondamente in discussione le prassi esistenti, facendo da catalizzatore. Sia negli Stati Uniti che in Europa [1] il mondo filantropico si è aperto a una maggiore flessibilità finanziaria (per permettere ai beneficiari di utilizzare liberamente le risorse ricevute) e rendicontativa (posticipando le scadenze e semplificando le procedure), ha dato priorità all’ascolto delle esigenze emergenti e alla collaborazione diretta con le organizzazioni non profit.
Questi principi, centrali per la filantropia basata sulla fiducia, promettono di produrre benefici sia per le organizzazioni non profit (rafforzate in termini di capacità organizzativa, più stabili dal punto di vista finanziario e facilitate nel perseguire i propri obiettivi), sia per le fondazioni (che accedono ad un patrimonio di conoscenze radicate nei contesti locali, necessarie per intervenire nel modo più efficace), per territori e comunità (in cui si consolidano le reti di relazioni e si rafforza il capitale sociale). Come affermano Assifero e Ashoka nel rapporto Accogliere la complessità. Verso una comprensione condivisa del finanziamento e supporto al cambiamento sistemico:
“Se dovessimo definire una tematica ricorrente in tutte le nostre discussioni, questa sarebbe la fiducia. Un rapporto di fiducia tra i leader dei cambiamenti sistemici [gli ETS] e i donatori [gli enti filantropici] è il presupposto per una collaborazione tra pari e per cambiare i sistemi insieme. [...] Per creare un ambiente fondato sulla fiducia, è necessario un cambiamento di mentalità.”
Il cambiamento culturale che la filantropia trust-based porta con sé si compone di molte trasformazioni: dal concetto di finanziamento (economico) a quello di supporto (capacity building, networking, etc.); dai progetti di breve periodo a più ambiziosi processi di innovazione sostenibili nel tempo; dal binomio “finanziatore-beneficiario” all’idea di partner che collaborano per un fine comune; dalla compliance (adesione delle organizzazioni a rigide procedure imposte dai finanziatori) a quelle di mutua accountability (responsabilità di ambo le parti, scambio e apprendimento reciproco).
Ripensare la filantropia come una relazione e come un processo bidirezionale, anziché come una sovvenzione economica elargita dall’alto, sfida le tradizionali dinamiche di potere: per questo, la filantropia relazionale è definita più equa e “democratica” anche per gli enti di Terzo Settore di dimensioni più ridotte e con capacità organizzative tutte da sviluppare.
L’interesse attorno a questi cambiamenti si osserva da qualche tempo anche in Italia - non a caso la fiducia è stato il tema cardine dell’appuntamento annuale di Philanthropy Experience 2024, che ha riunito a Salerno decine di enti filantropici per confrontarsi sul presente e interrogarsi sul futuro - e le pratiche che gli enti filantropici possono mettere in campo sono numerose. Questi e altri temi, come detto, sono affrontati nel recente Rapporto di Secondo Welfare (che proprio a Salerno è stato presentato per la prima volta) offrendo anche numerosi esempi italiani e internazionali di istituzioni filantropiche che stanno investendo in fiducia e relazioni per determinare un vero cambiamento.
Il documento, proprio per favorire il dibattito più ampio possibile, è scaricabile liberamente a questo link
[1] Negli USA la Call to action del Council of Foundations ha raccolto più di 800 firme tra fondazioni e altre organizzazioni filantropiche, mentre la dichiarazione europea We stand together in the spirit of European Solidarity ne ha raggiunte oltre 180.
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