Pensare - scrivere - parlare. Il senso delle donne per la città e gli spazi
Immagine dalla copertina de Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023) E. Granata

Pensare - scrivere - parlare. Il senso delle donne per la città e gli spazi

 Di Elena Granata

Non potendo costruire scrivono. Di case, di città, di quartieri in trasformazione. Tenute lontane dall’architettura e dai cantieri si dedicano alla fotografia, trovando mille modi diversi di raccontare le persone e gli spazi della città. Escluse dalla pianificazione urbanistica si dedicano alla scala minuta, granulare, del design dell’abitare e della vita quotidiana, progettando spazi di prossimità e di benessere. Sono giardiniere e paesaggiste più che progettiste, pedagogiste più che ingegnere. Non potendo fare architettura fanno ancora oggi decorazione e design, perché la sfera intima del privato è il loro campo di gioco. Quando possono generano pensiero e visioni lungimiranti; osservano da vicino le città – nelle loro pratiche quotidiane – con il distacco che solo chi è escluso dai giochi può avere. Le donne, in forme varie e sempre eclettiche, sviluppano ogni giorno un pensiero pratico (una sorta di buon senso o, come lo definirebbe Raffaele La Capria, un senso comune delle cose) di cui oggi le città avrebbero un disperato bisogno e di cui peraltro loro stesse non sono ancora pienamente consapevoli.
Questo pensiero pratico sarà capace di cambiare il nostro modo di vivere insieme e le nostre città?

 

Le storie raccolte nel libro Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023) rendono conto di una vitalità nel mondo dell’architettura e del progetto che meritavano di essere raccontate, in un tempo che pare dimostrare un nuovo interesse per il pensiero e l’azione delle donne

 

È sufficiente entrare in una libreria per rendersi conto di quanto vivace sia la letteratura generata dalle donne e quanta attenzione venga data alla prospettiva di genere; le ragazze studiano e sono brillanti, si laureano a pieni voti, lavorano con la stessa caparbietà dei maschi, le troviamo sempre più spesso a fare bene le stesse cose che sanno fare i loro coetanei: usano le tecnologie, sono brave nello sport, brillano nel campo della medicina e dell’ingegneria, sono talentuose in tutti i campi. Nessuno escluso. Eppure, il mondo che le circonda assomiglia ancora troppo a quel vecchio libro di storia di terza media che sfogliavo con mia figlia qualche anno fa, un manuale bello e documentato, con contenuti multimediali, ma con un colossale omissis.

 

Elena a Base 1

Elena Granata


Pagine e pagine, capitoli e capitoli, decenni e decenni: la storia del Novecento è una sequenza di guerre, di crisi economiche, di colpi di stato, di armistizi e di ritirate; i morti si contano in cifre a otto lettere. In tutte queste pagine non c’è una donna, nemmeno una. Cancellate, rimosse, a milioni, a generazioni. Come se non fosse un problema, né per gli storici, né per la storia. È la terza volta che ripasso da madre con i miei figli questa storia recente, il secolo dei miei nonni e dei miei bisnonni, delle mie nonne e delle mie bisnonne, ma solo leggendola con mia figlia la cosa è venuta in evidenza con tanta forza. Dove sono finite le bisnonne lavoratrici che hanno cresciuto i figli mentre i mariti venivano chiamati al fronte? Le nonne immigrate al nord in cerca di fortuna?

Le nostre figlie (e i nostri figli) non trovano traccia di loro nei libri; le donne non ci sono nei libri di storia, non hanno esplorato il mondo e scoperto nuovi continenti; non hanno scritto i romanzi che leggono e neppure le loro poesie; non hanno composto musiche, non si sono fregiate delle scoperte scientifiche che studiano. C’è una parte silente della storia che non compare mai e che non ha lasciato traccia. Le donne c’erano, ovviamente. Hanno scritto poesie e prosa, sono state artiste e filosofe, hanno scritto musica, fatto scoperte scientifiche. Ma abbiamo deciso di tramandare una storia diversa.

Veniamo da una storia collettiva di sistematica mancanza di riconoscimento per quello che le donne hanno fatto, detto, pensato, scritto. Una rimozione che ha colpito persino quelle donne che in vita hanno conquistato posizioni sociali e culturali importanti. Dovremmo fare ristampare milioni di libri per mettere fine a questa colpevole dimenticanza e riempire le copie già stampate di “errata corrige”, un mare di carta e di ammende.
Anche nel nostro tempo - che pure ha visto la più grande emancipazione delle donne, di tutti i tempi - le donne sono mosche bianche: tavole rotonde, summit, convegni, movimenti politici, salotti televisivi, manifesti politici, sinodi religiosi, talk show, sono consessi di (quasi soli) uomini. Sempre rare sono le apparizioni femminili. E questo pare a tutti così normale che quasi non ce ne rendiamo conto.

 

Se il tempo della cultura può tutto sommato avere una propria fluidità, se i costumi cambiano, le abitudini mutano e nuovi modelli di vita si affermano, le città - come prodotto fisico, sociale, economico, culturale - hanno invece una loro propria inerzia, una loro resistenza al cambiamento: fatte di pietra e di mattoni, di vetro e di cemento, nascono per durare, per mantenersi stabili nel tempo e resilienti al mutamento. Avremmo bisogno di riscrivere la grammatica urbana

 

Tutte le città sono attraversate da trasformazioni continue, così impercettibili che fatichiamo a vederle. Si tratta di evoluzioni lente di cui ci accorgiamo solo tardivamente e con sorpresa quando la trasformazione è ormai avvenuta. Poi ci sono gli eventi imprevisti e radicali, quelli che non avevamo contemplato e che imprimono un segno più forte di cambiamento: una crisi economica o politica, una guerra, oppure - come stiamo vivendo in questi anni - una pandemia. Ancora fatichiamo a capire se le trasformazioni che ha innescato la pandemia, i profondi cambiamenti nel nostro modo di vivere, di lavorare, di spostarci, di abitare appartengono alle grandi rivoluzioni che sanciscono un prima o un dopo oppure ci troviamo nel mezzo di una transizione silenziosa iniziata già prima e che con la pandemia ha subito solo una profonda accelerazione.

 

elena granata nuovo libro

 

La crisi climatica sta spingendo molte città a cambiare e a investire con più decisione sulla qualità di vita e degli spazi urbani, ampliando le aree naturali e verdi, impiegando nuove fonti di energia. Chi resta a vivere nelle città esprime con più decisione una domanda di spazi aperti e pubblici, di parchi, di natura; vuole muoversi in modo diverso e trovare servizi in prossimità di casa. Prossimità e abitabilità degli spazi pubblici sono tornati nel dibattito intorno al futuro delle città, rimettendo al centro le strade, le piazze tra le case, la qualità minuta dei marciapiedi, la presenza di sedute che consentono alle persone non solo di camminare ma anche di riposare, i parchi e i giardini, gli spazi per i bambini e per gli animali, le piste ciclabili, le isole pedonali, le strade solo pedonabili. È dalla qualità di quello spazio intermedio e di prossimità che dipende il benessere e la salute delle persone. Non è abitabile una città dove predominano le automobili sullo spazio di pedoni e ciclisti, dove siamo soffocati dall’inquinamento dovuto al traffico e al consumo di suolo, dove i tempi di vita sono organizzati intorno a picchi orari incompatibili con la varietà degli stili di vita (ma ancora troppo limitato ed estemporaneo è stato l’intervento sui tempi della città, sulla mobilità dolce, sulla qualità dell’aria).


I cambiamenti climatici, ma anche la crisi pandemica e persino la crisi geopolitica (che ci richiama a riflettere sulla questione dell’autonomia alimentare ed energetica) rimettono nuovamente al centro le città e la loro capacità di generare e rigenerare beni pubblici (per esempio la sanità, la scuola, la mobilità) e beni comuni, in forme nuove

 

Per questo, pur consapevoli della lentezza dei cambiamenti urbani, abbiamo bisogno di dare spazio a quel senso comune sulle cose e a quel pensiero pratico che appartiene a molte donne - e a molti uomini - attivi nel campo dell’architettura. È un pensiero pratico, che nasce da curiosità, ingegno, apertura, e che si fa largo ad una scala minuta, tra casa-e-casa, nei quartieri, nelle periferie, nelle storie di paesi e aree interne dove le persone cercano nuovi modi di abitare e di vivere insieme. È un pensiero che nasce nei luoghi. È nei luoghi che abbiamo ritrovato il senso della prossimità durante la pandemia, è nei luoghi che possiamo trovare soluzioni alla sfida energetica, attivando comunità energetiche intorno alla produzione e alla condivisione dell’energia, è nei luoghi che è tornata cruciale la produzione alimentare, che significa anche cura della terra e del paesaggio, è nei luoghi che affrontiamo la sfida climatica, promuovendo azioni concrete di rinaturalizzazione, di mitigazione ambientale, di contenimento degli effetti di siccità e inondazioni. È nei luoghi che potremo sperimentare forme nuove di parità e di reciprocità.

 

Il libro raccoglie il pensiero e le intuizioni di molte donne che si sono occupate di città, come Sarah Robinson, Jane Jacobs, Izaskun Chinchilla, Joëlle Zask, Caroline Criado Perez, Florinda Saieva, Leslie Kern, Lucia Tozzi, Sharon Egretta Sutton, Sumayya Vally, Irene Ranaldi, Charlotte Perriand, Selena Savic, Lina Bo Bardi, Majora Carter, Toni Griffin, Laura Imai Messina, Ginevra Bersani e Lucile Peytavin. Ma non si limita ad una rassegna di pensieri e di storie, pur illuminanti. Vuole essere un manuale pratico di come si potrebbe intervenire sulle città, sullo spazio pubblico, sui luoghi dell’abitare con un approccio differente. Per questo motivo il libro può essere letto come un contributo critico e propositivo, perché non rinuncia a indicare alternative possibili, metodi, approcci, percorsi per chi studia, progetta, amministra e vive le città.

 

 

Elena Granata è professore Associato presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Laureata in Architettura, PhD, insegna Analisi della città e del Territorio e Urbanistica. Docente presso l’Istituto Universitario Sophia (IUS). Docente e vicepresidente della Scuola di Economia Civile (SEC). Responsabile scientifico dei progetti e delle attività di ricerca di PLANET B e co-fondatrice di I'MPOSSIBLE Studio (progetti di comunicazione sociale e cultura d'impresa) con Fiore de Lettera. Membro dello staff Sherpa G20 Presidenza del Consiglio, anno 2020-2021.

Altre pubblicazioni:
De Lettera F., Granata E., EcoLove. Perché i nuovi ambientalisti non sanno di esserlo, Edizioni Ambiente, 2022.
Granata E., Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi, 2021.
Granata E., Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo, Giunti, Firenze, 2019.
Granata E., Granata A., Teen Immigration. La grande migrazione dei ragazzini, Vita e Pensiero, Milano, 2019.
Granata A., Granata E., L’interculturel à la maison. Une jeunesse africaine en mouvement vers l’Italie, L’Harmattan, Torino-Parigi, 2019.
Granata E., Quality of life and smart cities, in Bruni L., Porta P.L., ed. Handbook of Research Methods and Applications on Happiness and Quality of Life, Edward Elgar (Cheltenham, UK; Northampton, MA, USA), 2016, pp. 90-110.
Granata E., Pacchi C., La màquina del tiempo. Leer la ciudad europea contemporànea, Ediciones Unisalle, Bogotà, 2015.

 

 

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