La misura dell’impatto: una nuova grammatica della filantropia. Intervista a Francesca Sofia
Nel lessico contemporaneo dell’innovazione sociale, la parola “impatto” ha smesso di essere un auspicio per diventare una metrica, una responsabilità, una direzione strategica. È in questo spazio che si colloca l’esperienza della Fondazione CDP, nata nel 2020 per iniziativa di Cassa Depositi e Prestiti con l’obiettivo di affiancare alla tradizionale azione economico-finanziaria una leva esplicitamente orientata alla trasformazione sociale.
Non una fondazione erogativa nel senso classico, ma un soggetto che si definisce – e agisce – come investitore. Un investitore atipico, certo, perché opera a fondo perduto, ma con una logica che richiama quella del capitale paziente: allocare risorse non per generare profitto, bensì per produrre cambiamento tangibile, misurabile, duraturo. In questa prospettiva, la filantropia si emancipa dalla dimensione puramente redistributiva e si avvicina a una forma di ingegneria sociale, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazioni, competenze e capacità di attivazione.
A raccontarne visione e traiettoria è Francesca Sofia, Direttore Generale della Fondazione, testimone diretta di un percorso che ambisce a ridefinire il ruolo della filantropia in Italia.
Dalla complessità alla scelta: il coraggio della focalizzazione
Agire nel campo dell’impatto significa confrontarsi con una realtà sfuggente, stratificata, attraversata da dinamiche globali che si riflettono in modo disomogeneo sui territori. Inclusione sociale, istruzione, ricerca, assistenza, cultura: ambiti vastissimi, nei quali ogni intervento rischia di disperdersi se non è guidato da una visione precisa.
Per la Fondazione, i primi anni sono stati un tempo di costruzione e apprendimento. Alla definizione di un solido impianto istituzionale si è affiancato un intenso lavoro di ascolto e di confronto con il Terzo Settore, un universo composito che in Italia conta centinaia di migliaia di organizzazioni. È in questo dialogo continuo che ha preso forma una consapevolezza decisiva: per essere efficaci, occorre scegliere.
Il nuovo ciclo strategico segna proprio questo passaggio. Meno esplorazione, più profondità. Meno dispersione, più intenzionalità. Intervenire negli stessi ambiti, ma con una capacità maggiore di individuare nodi critici, leve di cambiamento, traiettorie su cui concentrare risorse e competenze. In altre parole, passare da una presenza diffusa a un’azione più “chirurgica”.
Se c’è un concetto che sintetizza questa evoluzione è quello di “agente di sistema”. Non si tratta semplicemente di sostenere progetti, ma di contribuire a creare le condizioni perché quei progetti possano generare effetti che li superano. Questo significa attivare reti, connettere attori che raramente dialogano, facilitare processi complessi. Significa, soprattutto, riconoscere che l’impatto non è mai il prodotto di un singolo intervento, ma il risultato di un ecosistema che funziona.
I numeri raccontano una traiettoria già significativa: 50 milioni di euro mobilitati, più di 200 iniziative sostenute. Ma è nella qualità dei modelli sperimentati che si coglie il salto di paradigma.
Quando l’impatto diventa contratto
Tra le esperienze più innovative emerge l’introduzione, per la prima volta in Italia, di un Social Outcome Contract. Il progetto, sviluppato a Catanzaro, mette insieme amministrazione pubblica, cooperazione sociale e finanza filantropica in un dispositivo che lega le risorse ai risultati.
L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: investire oggi per generare un miglioramento nella qualità della vita – in questo caso, l’inclusione lavorativa di persone con disabilità – e condividere, domani, i benefici economici prodotti da quel miglioramento. Se il progetto funziona, il risparmio per la pubblica amministrazione diventa una leva per remunerare, almeno in parte, l’investimento iniziale e alimentare nuove iniziative.
È un cambio di prospettiva radicale. La spesa sociale smette di essere un costo inevitabile e diventa un investimento valutabile. La filantropia, dal canto suo, acquisisce strumenti per uscire dalla logica episodica e costruire modelli replicabili.
Territori e valore: dal radicamento locale agli ecosistemi culturali
Ma l’impatto, per essere reale, deve avere un luogo. E i luoghi, in Italia, non sono tutti uguali. La scelta di destinare una parte consistente delle risorse al Mezzogiorno risponde a una lettura lucida delle asimmetrie del Paese: meno infrastrutture filantropiche, ma spesso una straordinaria densità di energie sociali.
Qui, più che altrove, emerge il valore delle iniziative “dal basso”, promosse da organizzazioni radicate nelle comunità e capaci di interpretarne bisogni e aspirazioni. Il ruolo della Fondazione diventa allora quello di amplificatore: rendere visibili queste esperienze, metterle in connessione con attori nazionali, accompagnarle in percorsi di crescita.
È ciò che accade quando un progetto locale, grazie a un riconoscimento o a un finanziamento, entra in circuiti più ampi e trova nuove occasioni di sviluppo. In questi passaggi si misura una forma di impatto spesso sottovalutata: quella che trasforma un’iniziativa promettente in un modello scalabile.
Accanto agli interventi più direttamente legati al welfare, si sviluppa un filone altrettanto strategico: quello culturale. Non come ambito separato, ma come dimensione trasversale capace di incidere sulla qualità della vita, sul senso di appartenenza, sulla coesione sociale.
I programmi dedicati agli ecosistemi culturali partono da un’intuizione semplice: la cultura non è un lusso, ma un’infrastruttura. Invisibile, ma essenziale. È ciò che tiene insieme le comunità, che orienta i comportamenti, che alimenta il senso civico. Il cambiamento più profondo è spesso immateriale: riguarda lo sguardo delle persone, la percezione del proprio territorio, la disponibilità a prendersene cura.
Una filantropia che genera futuro
Nel disegno complessivo, emerge una visione della filantropia come leva di sistema, capace di dialogare con il pubblico e con il privato, di sperimentare modelli e di accompagnarne la diffusione. Una filantropia che non si limita a rispondere ai bisogni, ma prova a ridefinire le modalità con cui quei bisogni vengono affrontati.
La scelta della Cassa Depositi e Prestiti di integrare stabilmente l’impatto sociale tra le proprie priorità indica, in questo senso, un’evoluzione significativa del ruolo delle istituzioni economiche. Non più soltanto motori di crescita, ma attori consapevoli della qualità di quella crescita.
In un tempo in cui le fratture sociali si intrecciano con trasformazioni economiche e ambientali sempre più rapide, esperienze come quella della Fondazione CDP suggeriscono che una strada esiste. Passa per la capacità di scegliere, di collaborare, di misurare. E, soprattutto, per la volontà di considerare l’impatto non come un effetto collaterale, ma come il cuore stesso dell’azione.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Francesca Sofia? Biologa molecolare con una formazione interdisciplinare che integra neuroscienze, economia e management sanitario, con una consolidata esperienza nella gestione di organizzazioni non profit. Ha maturato un percorso decennale in Fondazione Telethon, occupandosi di investimenti in ricerca e sviluppo di terapie per le malattie genetiche rare. Successivamente ha ricoperto il ruolo di direttrice scientifica della Federazione Italiana Epilessie, contribuendo al finanziamento della ricerca in ambito neurologico. Attiva anche a livello internazionale, è intervenuta presso istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Parlamento Europeo e la Commissione Europea, partecipando inoltre a studi globali su salute, ricerca ed economia. Nel 2016 ha fondato Science Compass, realtà specializzata nella pianificazione di investimenti non profit in ambito biomedico. Nel 2021 è stata eletta presidente dell’International Bureau for Epilepsy, network attivo in 110 Paesi del mondo.
Dal 1° novembre 2022 è Direttore Generale della Fondazione CDP.
Articolo a cura di Innovazione Sociale
Videointervista a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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