La trasformazione culturale al tempo dell’incertezza. Intervista a Bertram Niessen
Viviamo oggi in una fase storica segnata da dinamiche di cambiamento radicali, continue e simultanee. Tecnologia, clima, geopolitica, società: tutto evolve con una rapidità tale da rendere difficile comprendere – e ancor più governare – i processi in atto. In questo scenario, la trasformazione culturale assume un ruolo cruciale, non solo come riflesso delle mutazioni in corso, ma come dispositivo attivo per orientare il senso e la direzione del cambiamento.
Ma di cosa parliamo, esattamente, quando usiamo questa espressione? “Trasformazione culturale” è un termine-ombrello, certo, ma lo è in modo produttivo. Ci permette di tenere insieme due assi fondamentali: da un lato, il modo in cui la cultura trasforma il senso delle cose; dall’altro, come essa modifica concretamente lo stato delle cose – le strutture materiali, le relazioni sociali, i contesti urbani, le istituzioni.
L’interesse per questi processi nasce anche da una constatazione di fondo: non possiamo più pensare alla cultura come un contenitore separato dalla realtà. I musei, le biblioteche, le scuole, i teatri, ma anche gli spazi sociali informali, come le piazze, sono luoghi vivi in cui si generano significati che influenzano il modo in cui abitiamo il mondo. Nessuno spazio è neutro. Ogni luogo è carico di valori che vengono costantemente negoziati, contesi, ridefiniti.
In questo contesto, appare evidente quanto gli strumenti culturali con cui affrontiamo la complessità siano oggi spesso inadeguati. Le trasformazioni tecnologiche – dalla rivoluzione digitale all’intelligenza artificiale – stanno ridisegnando le modalità di produzione del valore e di organizzazione sociale a una velocità senza precedenti, ma non abbiamo ancora sviluppato una cornice culturale condivisa in grado di metabolizzarne l’impatto. I modelli educativi, le forme di socializzazione, le pratiche istituzionali sono rimasti, per molti versi, ancorati a un mondo che non esiste più.
Questo vuoto si traduce in una crisi di senso. La pandemia, in particolare, ha accelerato la disgregazione di molte coordinate simboliche: il corpo, la prossimità, lo spazio pubblico sono stati messi in discussione, ridefiniti, privati della loro abitualità. Nel libro Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (UTET, 2023), Bertram Niessen ha cercato di esplorare proprio queste fratture: cosa succede quando le città – e le persone che le abitano – perdono il senso dei luoghi, e con esso la capacità di orientarsi?
La questione centrale diventa allora quella dei valori, intesi non solo come credenze, ma soprattutto come strutture simboliche che orientano l’azione. Lavorare sulla trasformazione culturale significa agire a questo livello: rendere desiderabili, collettive e condivise certe visioni del mondo, certe direzioni di senso, certi futuri.
Eppure oggi il futuro sembra essere diventato una categoria depressiva – sinonimo di crisi – e la sua idea, terreno di conquista di soggetti e forze reazionarie. Soprattutto se osserviamo i recenti fenomeni globali – dalle elezioni statunitensi al nuovo ordine geopolitico – emerge chiaramente che le visioni del mondo dominanti sono il risultato di processi culturali, tecnologici, economici che si sono sovrapposti nel tempo. Il vecchio ordine non regge più e, in assenza di una narrazione alternativa credibile, certe visioni inquietanti hanno occupato lo spazio dell’immaginario. Pensiamo alle grandi figure della cronaca globale: Elon Musk, con la sua visione ipertecnologica e individualista; Donald Trump, con il suo “Make America Great Again”, che proietta nel futuro un’utopia autoritaria. Queste figure riescono a collocarsi all'interno dell'immaginario sociale - e ad animarlo - perché offrono visioni forti, semplificate e ben comunicate, anche se escludenti e chiuse.
In questo quadro, le alternative culturali e sociali – progressiste, ecologiche, inclusive – faticano a proporre narrazioni condivise, troppo frammentate in micropratiche identitarie che, pur importanti, non riescono a diventare forza aggregante. È ciò che potremmo definire folk politics: politiche dal basso che non riescono a scalare verso progetti collettivi di trasformazione [per approfondire: "Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro" di N.Srnicek e A.Williams, 2015].
Abbiamo interiorizzato l’idea – profondamente neoliberale – che ciascuno debba cavarsela da solo. Abbiamo creduto di poter cambiare il mondo “facendo bene la raccolta differenziata” o coltivando un orto urbano. Sono azioni importanti, ma non bastano. Serve uno scarto ulteriore: la capacità di legare il quotidiano all’universale, il locale al globale.
La sfida allora è duplice. Da un lato, serve rimettere in campo la capacità di agire collettivamente, superando l’iperindividualismo e l’iperidentitarismo che i social network hanno esasperato. Serve ricostruire spazi e tempi della convergenza, imparare nuovamente a distinguere ciò che ci divide davvero da ciò su cui possiamo costruire alleanze inedite. Dall'altro lato, serve ridare cittadinanza all’immaginazione politica.
La questione ambientale è uno degli ambiti più significativi in cui emerge chiaramente la necessità di un cambiamento simbolico. La crisi climatica, infatti, non è solo una questione scientifica: è una crisi culturale vera e propria. Le nostre società, con la loro separazione netta tra natura e cultura, semplicemente non hanno mai avuto le categorie simboliche per affrontarla.
Eppure qualcosa si muove. Ci sono segnali in questa direzione. Autrici e autori come Donna Haraway, Anna Tsing, Philippe Descola ci mostrano che altre visioni del mondo sono possibili, in cui il naturale e il culturale si intrecciano, si negoziano, si contaminano. E, in piccolo, queste nuove narrazioni stanno già emergendo: nella diffusione del vegetarianesimo, nel riconoscimento degli animali come membri della famiglia, nelle pratiche artistiche e giuridiche che mettono in discussione l’antropocentrismo.
La questione, però, resta aperta: come mobilitare questi nuovi immaginari in direzione di trasformazioni desiderabili e condivise? Come far sì che non restino gesti individuali o sperimentazioni di nicchia, ma diventino parte di un nuovo senso comune?
In definitiva, la trasformazione culturale non è un effetto collaterale della modernità accelerata. È una necessità politica e sociale, una sfida epistemica, un’arte del possibile. Richiede visione, alleanza, ascolto, coraggio. E soprattutto richiede una nuova fiducia nella cultura come leva collettiva, come spazio in cui ricostruire legami, immaginare futuri e agire insieme.
In un mondo che cambia ogni sei mesi, la sfida più grande non è stare al passo. È trovare direzione, senso, desiderio. E per questo, la cultura non è un lusso. È l’unico strumento che abbiamo.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Bertram Niessen? Ricercatore, progettista, docente in master e corsi universitari: ha insegnato nelle Università di Milano-Bicocca, Milano Statale e Università degli Studi di Trento. È Presidente e Direttore Scientifico di cheFare, con cui si occupa di progettazione culturale, organizzazione di eventi e festival, processi collaborativi online e offline, empowerment di organizzazioni culturali dal basso e advisory per le istituzioni. Collabora con testate online, offline e radio: Il Sole 24 Ore, IL, Nòva, Il Giorno, Artribune, Digicult, Doppiozero, Rai Radio Live e RSI Radiotelevisione svizzera. Il suo ultimo libro è Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (UTET, 2023).
Articolo a cura di Innovazione Sociale
Videointervista a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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