Dalla marginalità al protagonismo: quando le comunità smettono di aspettare
Testo a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
Marginali a chi? È una domanda che torna, sempre più spesso, quando si guardano alcuni territori italiani definiti “periferici”. Periferici rispetto a cosa, esattamente? Ai servizi, alle opportunità, ai centri decisionali — certo. Ma anche, forse, a uno sguardo che per anni li ha raccontati solo attraverso ciò che manca.
Eppure, qualcosa sta cambiando. A Ostana, in provincia di Cuneo, il lavoro di comunità sui servizi al cittadino è stata la scelta per combattere lo spopolamento. A Vione, in provincia di Brescia, progetti di rigenerazione e nuovi modelli dell’abitare stanno provando a contrastare la fuga dalla montagna. A Luserna, in provincia autonoma di Trento, la valorizzazione della lingua e della cultura cimbra diventa leva di sviluppo locale. E nell’Appennino tosco-emiliano, diverse cooperative di comunità stanno sperimentando servizi condivisi, turismo sostenibile e nuove economie di prossimità.
Anche qui, lontano dai grandi centri, si costruiscono risposte. Ma non sono casi isolati.
In questi giorni la cronaca racconta di un Sud Italia quasi isolato da una frana, di infrastrutture fragili che mostrano tutta la loro vulnerabilità. Eppure, proprio in questi contesti, si sviluppano alcune delle esperienze più interessanti di innovazione sociale. Perché l’innovazione sociale unisce l’Italia.
A Melpignano, in provincia di Lecce, una comunità energetica ha trasformato cittadini e amministrazione in produttori condivisi di energia rinnovabile. A Biccari, in provincia di Foggia, il turismo esperienziale è diventato leva di sviluppo locale. A Gangi, nella città metropolitana di Palermo, il recupero delle case ha riattivato il tessuto economico e sociale.
E poi ancora, a Castel del Giudice, in provincia di Isernia, dove si intrecciano agricoltura e welfare di comunità; a Ollolai, in provincia di Nuoro, dove il riuso delle abitazioni è diventato leva per contrastare lo spopolamento; fino a Santo Stefano di Sessanio, in provincia dell’Aquila, trasformato attraverso un modello di ospitalità diffusa.
Gli esempi sono tanti. E continuano a crescere. Non sempre fanno notizia. Non sempre entrano nelle politiche strutturali. Ma, insieme, raccontano qualcosa che vale la pena osservare con attenzione.
La marginalità come spazio di possibilità
Per molto tempo abbiamo guardato questi territori come luoghi da recuperare. E in parte lo sono. Ma questa lettura rischia di essere incompleta. Perché proprio dove le risorse scarseggiano, dove i modelli standard non funzionano, emergono spesso risposte diverse. Più adattive, più radicate, meno visibili ma anche più aderenti alla realtà.
La marginalità, in questi casi, non è solo una condizione di svantaggio: diventa uno spazio in cui sperimentare. Il passaggio che cambia tutto.
Il punto non è nei singoli progetti, ma nel cambio di postura. Quando una comunità smette di aspettare soluzioni dall’esterno e inizia a costruirne di proprie, cambia qualcosa di profondo. Non si tratta più di colmare un vuoto, ma di attivare ciò che già esiste: relazioni, competenze, conoscenza del territorio. È lì che la marginalità inizia a trasformarsi in protagonismo.
Piccolo è bello. Ma non basta
È facile, a questo punto, dire che “piccolo è bello”. E in effetti, nei contesti piccoli, alcune cose funzionano meglio: è più semplice costruire fiducia, più immediato coordinarsi, più visibile l’impatto delle azioni.
Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Perché queste esperienze sono anche fragili. Spesso dipendono da poche persone, faticano a stabilizzarsi economicamente, si muovono dentro vincoli burocratici complessi. E soprattutto, non sono automaticamente trasferibili.
La domanda interessante, allora, non è se le città possano diventare come i piccoli borghi. La domanda è un’altra: cosa possono imparare da queste esperienze?
Le città, per esempio, potrebbero tornare a lavorare sulle comunità di prossimità, sui quartieri come spazi vivi e non solo amministrativi. Potrebbero riconoscere un ruolo più attivo ai cittadini, non solo nella partecipazione, ma nella produzione di soluzioni. Potrebbero partire di più da ciò che esiste già, invece che da ciò che manca. E forse, soprattutto, potrebbero tornare a investire sulla fiducia.
Forse abbiamo guardato dalla parte sbagliata. Per molto tempo abbiamo pensato che l’innovazione partisse dai luoghi forti e arrivasse a quelli fragili. Oggi, sempre più spesso, accade il contrario.
Perché il cambiamento non arriva quando qualcuno lo porta, ma quando qualcuno decide di costruirlo.
In copertina: foto di Amanda Dalbjörn su Unsplash
Resta connesso con l'innovazione sociale
Se questo contenuto ti è stato utile, iscriviti alla nostra newsletter settimanale: ogni lunedì, bandi, opportunità e progetti direttamente nella tua casella.
📧 Iscriviti alla newsletter
💼 Seguici su LinkedIn e Facebook
📱 Unisciti al canale Telegram
Tutti i contenuti di Innovazione Sociale sono accessibili gratuitamente. Chi collabora con noi sostiene un modello che dedica spazio a nuove realtà, mantiene rubriche come Bandi e finanziamenti e IMPATTI libere per tutti, e garantisce accesso universale all'informazione di qualità.
Dicono di noi...
Ultimi Articoli
- Reinserimento detenuti: 10 milioni per 26 progetti di formazione digitale 09 Aprile 2026
- Metropoli Agricole 2026. Dall’agricoltura sociale, una nuova agenda per lo sviluppo territoriale 09 Aprile 2026
- Al via la survey nazionale su economia sociale e salute territoriale 08 Aprile 2026
- Andare oltre, la nuova edizione del Salone della CSR 08 Aprile 2026
- Fragile ma unita. La Toscana e la forza del volontariato 08 Aprile 2026